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Renato Guttuso

22/12/2006
Antonella Iozzo

 Renato Guttuso, un’esistenza nell’infinita espressività della pittura. Emozioni, esperienze, sentimenti, stati d’animo, il senso stesso della propria vita proiettato su tela. Il quadro, diviene così, ciò che si è, ciò che si vive, ciò che la propria coscienza di Uomo percepisce nel rapporto tra il se e il senso delle cose, tra la realtà e i valori della cultura e della storia.

 Una personalità complessa, quella di Guttuso, dove ogni sorta d’interpretazione, rimane tesa sull’orlo di una perenne evoluzione interiore che ne distorce il senso. Ogni storia, ogni ricordo, ogni sensazione, ogni verità, sentita o intuita è nella sua pittura forza espressiva e sensibilità comunicativa. Un forte realismo che già esplode sulle sue prime tele raffiguranti i contadini siciliani, sino alla celebre opera "Fuga dall'Etna" del 1937, o all'altrettanto celebre “Vuccirria”, il mercato popolare di Palermo. Sempre del 1937 è l’opera “ Scene mitologiche", creato negli anni della sua permanenza nella capitale. Qui invece, è evidente tutta l'influenza dell'ambiente culturale romano, in particolare di Cagli. E’ con l’azzurro che Guttuso evoca quella carica primordiale ricorrente nella scena capitolina di quel periodo.  

La straordinaria carica d’intensità di Guttuso diviene narrazione del reale nella disarmante ordinarietà quotidiana.

Un quotidiano indossato, attraversato, ma mai vissuto e Guttuso, con la sua pittura, ci costringe a guardarlo fin dentro la sua nuda entità per sentirne tutti gli effetti sulla nostra pelle. Solo così possiamo provare quel brivido d’essere parte integrante della società, infatti la realtà e il suo tempo, sono nell’intimo di Guttuso accensioni violente mescolate a quell’irrefrenabile pulsione di essere parte attiva e integrante di una “realtà altra” pronta a  scuotere le coscienze degli uomini.

Il realismo della sua pittura squarcia il tessuto connettivo, i temi irrompono dalle tele come lame di verità esistenziale. Lame troppo affilate e troppo sottili per non penetrare nell’immensa vacuità celata nel fondo dei nostri occhi, per non procurare quel senso di smarrimento, di disagio che ci investe in pieno e ci trapassa lasciandoci come relitti alla deriva dietro la maschera della falsità. Ed è a Milano, negli anni della miseria, che Guttuso, superando ormai una visione socialista e spingendosi sempre più  verso un’interpretazione marxista della realtà, impregna, la sua pittura, fino all’ultima goccia, di un forte senso sociale. In questo intenso periodo l'artista, crea, produce, espone. Le sue personali, soprattutto quelle allestite nella Galleria del Milione a Milano, fanno sì che  i suoi estimatori, in ambito lombardo, aumentano notevolmente. Un successo confermato e amplificato dal  Premio Bergamo del 1940 con "Fuga dall'Etna" e nel 1942 con "Crocifissione", in cui è evidente l'accentuazione cubista. La violenza si piega al tormento in una composizione segnata da un’appassionata espressività. Guizzi di dolore , macerano nelle cromie, nel gesto e nella tensione vorticosa irretita in pietà umana.

Sono da considerarsi icone del realismo di Guttuso “L'occupazione delle terre in Sicilia”, che ricorda le lotte contadine, “La Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio”( 1951-52), divenuta manifesto della tradizione garibaldina e risorgimentale e il ''Gatto Molotov'' simbolico ritratto neorealistico dell'amico pittore e avversario di poetica Giulio Turcato, ritratto appunto, insieme al suo gatto Molotov.

Il suo realismo diventa sempre più espressionista, tramuta la passione in lotta, permea la sensibilità in fiamma e in vita, perché Guttuso si sente parte del tempo e dei suoi eventi. La forza della sua pittura non è altro che volontà di partecipazione diretta al mondo. I valori, gli ideali, i grandi temi sociali e della storia  sviluppano il loro essere nella quotidianità e da qui nasce quell’intimo rapporto con le cose, dal quale Guttuso trae quella forma inevitabile di speranza di cui il mondo ne trafigge l’anima. Il dolore crudo, l’espressività sgocciolante in terrore, l’amara realtà convivono in Guttuso ed irrompono magistralmente in "Portella della Ginestra"(1957), raffigurante il famoso massacro dei braccianti avvenuto il 1° maggio. In questo dipinto è fortissimo il riferimento alla struttura del "Guernica" di Picasso. Una struttura in cui violenza e disperazione si susseguono in sequenze ritmiche senza nessuna tregua, se non negli intimi particolari che placano un silenzioso e cupo dolore: una vecchia che accarezza un uomo disteso a terra, il corpo di una donna sorretto in una metaforica "pietà" da un giovane, le braccia allargate di un uomo che esprimono la sola cosa ormai rimasta, un lancinante tormento.

Guttuso, non ha mai rinunciato alle sue idee ed ha fatto subito sua la questione degli umili, dal giorno, appunto, che il suo amico Morlotti, nel 1939, aveva portato da Parigi una riproduzione di Guernica.

Renato Guttuso ha dipinto il ritratto di un’epoca con un realismo di forte impatto coloristico. L’incontenibile follia di una tragica guerra e di un ancora più tragico dopoguerra, l’ascesa al potere, coincidente con il tracollo dell’umanità, la politica e la questione sociale si scontrano su un terreno minato, quello del suo carisma di Uomo prima ancora che di Artista.

 

I temi della sua pittura

Il paesaggio è stato il suo primo grande tema, il mare della Sicilia, il paesaggio Mediterraneo da quello laziale a quello campano, una natura che di noi contiene l’essenza e che su di noi promana quella strana sensazione di appartenenza a quei luoghi luminosi, solari, irrorati di passione e di calore. Sentimenti, colori, natura un intimo rapporto che non lo abbandonerà mai, anzi si andrà rafforzando negli anni vissuti a Roma e Milano. Pennellate irrorate di luce come testimonia “ Aranceto “ del 1957, foglie e frutti sospese nella trasparenza dell’aria.

Pennellate che si vanno quasi a irretire nei paesaggi urbani, sono immagini metropolitane, sono città abitate dall’uomo in una dimensione carica di tensione. Tensione spezzata, evocazione sensoriale, anime con un proprio volto, con un proprio sguardo rivolto nell’enigma svelato dell’esistenza, nascono i ritratti, il suo secondo tema.

Con Guttuso il ritratto si stacca dall’accademismo per vivere la propria identità reale tra la realtà. I soggetti sono infatti gli amici , i compagni di lavoro, il padre e anche se stesso. al riguardo ha scritto: «L'artista non fa sempre, in qualche modo, il suo autoritratto? Non è forse il proprio volto che l'uomo vede, come primo atto della sua giornata, al mattino, quando si lava e si rade? E quanto accade nel mondo non trascorre, si incide, sul nostro volto, che è il volto dei nostri simili?» (Mestiere di pittore, 1972).

Nel mare dell’esistenzialità le nature morte, altro tema, assumono un significato simbolico. I fiori, i frutti, il telefono, il pane esprimono una nuova versione della povertà, quella vestita dei bagliori di una finta realtà, quella sentita come una preghiera laica nell’amarezza quotidiana, quella avara di vite, le stesse vite che dal vento si lasciano scuotere e nel vento colgono il respiro tiranno del tempo.

Dagli oggetti ai temi simbolici, come quello della morte che Guttuso, propone attraverso il teschio. Spesso, usato anche nelle nature morte con fiori e frutti. Morte, non come ultimo stadio della vita, ma come conseguenza estrema dell’atroce perfidia della guerra. Una violenza assurda, truce che rende emaciati, vuoti, inerti la mente e il cuore di sagome umane, in cui di vivo vi è solo il fremito minaccioso della morte alle spalle. Colori esasperati, segni lacerati, forme lasciate al loro destino, e il gesto di Guttuso s’impossessa della dura violenza dei massacri nazisti, delle fucilazioni per riversarne tutta l’efferatezza sulla tela.

Scoppia la seconda guerra mondiale e l'artista crea una serie di disegni realizzati con inchiostri delle tipografie clandestine "Gott mit Uns", "Dio è con noi", motto inciso sulle fibbie dei soldati tedeschi. La sue verve di polemista affiora di prepotenza. Ideali e politica s’intrecciano in un groviglio di tensioni risucchiati dalla drammaticità della storia. Una storia passata anche attraverso la questione sociale e l’opera “ I Funerali di Togliatti” ne diventa il ritratto politico. Una trasposizione visiva sorprendente, di forte impatto emotivo. Bandiere rosse, simbolo, icone di una fede che ha costruito sogni sulle lacrime strappate all’umiltà, guizzano con vigore verso l’alto, come vele in mezzo all’oceano della disperazione, pronte a guidaci verso il faro della libertà. Nella moltitudine di folle spiccano i visi pallidi di Lenin, Stalin, Gramsci, dei membri del Pci e di Nilde Iotti, il cui dolore composto sembra elevarla al di sopra della folla.

In Guttuso ogni sentimento è slancio vitale, è poesia lirica nella drammatica interpretazione dell’esistenza, è il battito di un Uomo nell’intimità solitaria dell’ambiente domestico, non più sentito tale, ma semplicemente o freddamente, luogo interno, dove la luce diventa fioca di speranze e il calore si rapprende in algide figure pronte a spegnersi nell’ultimo atto della commedia umana. Interni in cui s’inserisce il tema del nudo, al quale Alberto Moravia attribuiva tale significato: “Il nudo rivela che l'amore è sentito come qualche cosa che può essere piacevole solo in rari momenti, nelle pause della fatica che deforma e quindi le sue donne sono simili ai suoi cani famelici, ai suoi cavalli scheletriti. L'amore per loro è un breve spasimo fra due stanchezze... sa di giaciglio sudato, di camera in periferia, di promiscuità proletaria. Qualche volta di crudeltà e di violenza”.  

I corpi rimangono vitali nella caduta libera della bellezza ambita ma mai posseduta, perché lo sfacelo della quotidianità piomba addosso nella sua struggente disperazione. Ed è allora, che  la rabbia ed il trionfo del dolore conferiscono quel senso di energica e vitale passione alle donne, alle prostitute incontrate nel buio della miseria.

Ma per quanto la realtà sia deformante, la forza dell’amore imprime un anelito di felicità con l’immagine della coppia, e degli innamorati, tema al quale Guttuso non si nega, una dolce sopravvivenza tra i solchi della società.

 

Nella vita di Guttuso non solo pittura

Una vita all’insegna dell’impegno sociale e della cultura. Non solo pittura, quindi, ma la maggior parte  delle discipline artistiche lo hanno visto protagonista con lavori che testimoniano la sua personalità poliedrica e la sensibilità per l’Arte. Dalle collaborazione con il coreografo Aurele Millos per le scene e i costumi di Lady Macbeth di Sostakovic, in prima assoluta per l'Italia, al Macbeth di Verdi del 1963. E poi la letteratura con l'illustrazione della Divina Commedia pubblicata nel '61 da mondatori. Testi, recensioni, articoli per varie riveste hanno dato voce alla sue verve umana e artistica, riconosciuta anche all’estero oltre alle numerose mostre e antologiche ( come si può legge nella biografia) l’acquisto da parte della Tate Gallery di Londra dell’opera “ La Discussione”.

 

CENNI BIOGRAFICI

1911 - Nasce a Bagheria il 26 Dicembre, ma  il padre Gioacchino, agrimensore di professione e acquarellista per diletto e la madre Giuseppina d'Amico, preferiscono denunciare la nascita a Palermo il 2 Gennaio 1912, in seguito a un contrasto con la città a causa delle loro idee liberali.

1924 - A tredici anni, comincia a firmare e datare i propri quadri. Sono piccole tavole dove per lo più copia i paesaggisti siciliani dell'ottocento. Tra queste, “ Golfo di Palermo” (1925), dove usa le venature del legno per raccontare le onde del mare.

1928 - Partecipa a Palermo alla sua prima mostra collettiva.

1931 -  Partecipa con due quadri alla Quadriennale Nazionale d'Arte Italiana a Roma e ha occasione di vedere dal vivo le opere dei più grandi artisti italiani che lo impressionano profondamente

1932 -  La mostra di Guttuso e di altri pittori siciliani, alla Galleria del Milione suscita grande interesse nella società artistica milanese.

Risiede a Roma e per vivere esegue alcuni lavori di restauro, alla Pinacoteca di Perugia e alla Galleria Borghese di Roma. In questo periodo ha modo di legarsi ad artisti come Mario Mafai, Francesco Trombadori, Corrado Cagli, Pericle Fazzini, Mirko e Afro.

1934 - Espone per la seconda volta a Milano, alla Galleria del Milione con il "Gruppo dei 4" che aveva fondato a Palermo con Giovanni Barbera, Nino Franchina e Lia Pasqualino Noto,  in aperta polemica con il primitivismo di "Novecento", allora dominante. La mostra viene recensita da Carrà, in quel momento il pittore più autorevole che ci fosse in Italia.

1935 - A causa del servizio militare è a Milano, dove ha occasione di stringere grandi amicizie con artisti come Birolli, Sassu, Manzù, Fontana con cui dividerà lo studio, ed intellettuali come il poeta Salvatore Quasimodo, Raffaele de Grada, Elio Vittorini, il filosofo Antonio Banfi, Raffaele Carrieri, Edoardo Persico.

Malgrado queste amicizie, che saranno fondamentali per l'esperienza politica e culturale di Corrente, il periodo milanese è contrassegnato da una profonda depressione testimoniata dalle poesie scritte in quegli anni, causata probabilmente anche dalle durissime condizioni economiche che lo opprimono nel capoluogo lombardo.

1937/39 - Sono anni tra i più importanti della sua vita. Si trasferisce definitivamente a Roma, i suoi studi, a cominciare da quello in piazza Melozzo da Forlì, saranno spesso al centro di sue composizioni pittoriche e diverranno uno dei centri intellettuali più vivaci ed interessanti della vita culturale della capitale.

Nello stesso anno conosce Mimise Dotti che sarà sua compagna per tutta la vita.

1940/44 - Continua la straordinaria produzione artistica dipingendo nudi, paesaggi, nature morte e realizza la “Crocifissione” (1940-41), la sua opera più famosa ed uno dei quadri più significativi del Novecento. Lui stesso chiarisce il significato dell'opera: "questo è un tempo di guerra. Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come scena d'oggi. ... come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee".

Nel 1943 lascia Roma per motivi politici e partecipa attivamente alla resistenza antifascista. Della lotta partigiana ha lasciato una struggente testimonianza artistica nella serie di disegni realizzati con inchiostri delle tipografie clandestine intitolati "Gott mit Uns".

1945/50 -  A Parigi con Pablo Picasso stringe una amicizia che durerà per tutta la vita.

In Italia assieme ad alcuni artisti ed amici tra i quali Birolli, Vedova, Marchiori, il gallerista Cairola fonda il movimento Fronte Nuovo delle Arti, un raggruppamento di artisti molto impegnato politicamente con l'obbiettivo di recuperare le esperienze artistiche europee che a causa del fascismo erano poco conosciute in Italia.

Nel '47 trasferisce il suo studio a Villa Massimo. Nello stesso anno a Venezia con le scene e i costumi per Lady Macbeth di Sostakovic, in prima assoluta per l'Italia, prosegue la collaborazione  con il coreografo Aurele Millos.

1950/56 - Nel 1950 ottiene a Varsavia il premio del Consiglio Mondiale per la Pace, nello stesso anno tiene la sua prima personale a Londra.

1957/65 - Collabora alle più importanti riviste italiane e internazionali con scritti di teoria e critica d'arte, prendendo posizione nel dibattito sul realismo. Dipinge “ La Discussione”  che verrà acquistato dalla Tate Gallery di Londra.

Lavora all'illustrazione della Divina Commedia che sarà pubblicata nel '61 da Mondadori

A New York, la Aca-Heller Gallery gli dedica un'importante mostra.
Nel 1961 il Museo Puskin di Mosca gli dedica un'importante retrospettiva.

Il Museo Stedelick di Amsterdam gli dedica un'antologica di grande successo che sarà poi ospitata anche al Palais de Beaux Arts di Charleroi, mentre nel '63 si apre a Parma una sua ampia mostra antologica, presentata da Roberto Longhi. Sempre a Parma, nello stesso anno, curerà scene e costumi per il Macbeth di Verdi.

1965/71 - Si trasferisce a Palazzo del Grillo.
Nel '66 realizza il grande ciclo dell' ”Autobiografia” , una serie di dipinti che costituiranno il nucleo di importanti antologiche ospitate in vari musei europei. A questo ciclo Werner Haftmann dedicherà un'importante monografia. Tra i quadri più belli e significativi “Gioacchino Guttuso Agrimensore “ (1966), omaggio al padre ritratto nell'erba dietro il teodolite

1972/80 - Nel 1972 riceve il premio Lenin e gli viene dedicata una grande mostra all'Accademia delle arti di Mosca. Una grande mostra retrospettiva percorre l'Europa orientale toccando Praga, Bucarest, Bratislava, Budapest.
Dipinge il grande quadro “La Vucciria” (1974) che affida all'Università di Palermo e nel '76 dipinge il “Caffè Greco” (ora Collezione Ludwig di Colonia.)

1985 - Intraprende un'opera monumentale, affrescando l'intera volta ( più di 120 mq. di pittura) del soffitto del teatro lirico Vittorio Emanuele di Messina, rappresentando la leggenda del Cola Pesce.

Nel 1986 dipinge un ciclo di opere dedicato al tema del gineceo che culmina nel quadro "Nella stanza le donne vanno e vengono...", ultimo grande sforzo del pittore che resterà incompiuto.

1987 -  Muore a Roma il 18 gennaio.

di Antonella Iozzo, è vietata la riproduzione , senza citare la fonte.

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