La Mostra
Antonio Canova, la voce segreta della Bellezza scolpita nella luce della Verità. Nel respiro della natura il soffio della poesia plasma lentamente la sensibilità di Canova in Arte e l’Arte rivela la sua anima nelle nervature più vive del marmo.
Sono rari i casi in cui il luogo natale di un artista coincide con la sua indole, ne alleva i mutamenti dello spirito flettendone il sentimento, e ne custodisce il patrimonio artistico nel rispetto dell’uomo. Possagno dove Canova nasce nel 1757, è un piccolo paese sulle colline del Veneto settentrionale tra Asolo e Bassano del Grappa, qui tra le sfumature paesaggistiche solitarie, silenziose e radenti all’intimità si trova la Gipsoteca canoviana, che quest’anno in occasione del 250° anniversario della nascita del grande maestro, insieme al Museo Canova presenta, per la prima volta in Italia, “Il principe Henryk Lubomirski come Amore”.
La levigata bellezza del principino, ritratto a grandezza naturale, ammaliò amanti dell’arte e non, divenendo ben presto simbolo e idolo in tutta Europa.
Lontano parente del defunto marito della principessa Elzbieta Lubomirski il principe, divenne suo pupillo e suo compagno di viaggio in un lungo tour europeo. Per volere della principessa Canova eseguì questo splendido capolavoro che entrò prepotentemente nella storia dell’arte e dolcemente tra gli occhi di chi del sensibile al bello ne avverte il richiamo. L’artista riuscì ad eseguire dal vero solo il volto, il ragazzo era infatti molto timido ed introverso, per il nudo fece riferimento alla statuaria antica.
Il principino sembra incarnare il dio Eros nella postura, nelle movenze e nella fluida poesia che si posa soavemente sui capelli, una danza del movimento che spira dalla testa rivolta a tre quarti sulla sua sinistra. La statua, una volta terminata è stata trasferita in Polonia, nella sua “casa” il castello Lubomirski a Lancut e sistemata come in un santuario in modo che tutti potevano contemplare la sua immateriale corporeità vestita di luce e di sublime.
Numerose furono le copie commissionate dai nobiluomini d’Europa affascinati da tanta soave grazia e sensualità, le sue copie le ritroviamo nella case di ricchi possidenti irlandesi, francesi, tedeschi e naturalmente italiani.
Possagno, la Gipsoteca, Canova
Possagno e la Gipsoteca: davanti ai nostri occhi si rivela l’intero percorso creativo del Canova, bozzetti in creta e sculture marmoree anticipano i dipinti, gli oggetti personali e gli attrezzi di lavoro che si trovano, invece, nelle stanze della sua casa.
La Gipsoteca, ampliata nel 1957 da Carlo Scarpa con un’ala architettonica, è un ambiente dove lo spazio e la luce danno forma all’opera , le vetrate poi, aperte sul verde, sono visioni della mente nel rispetto di un amore per l’Arte.
Ragione e Bellezza, rigore e sentimento, il sublime e l’estetica: raffinate seduzioni di corpi, di materia, di tensioni verso l’assoluto nascono e fluiscono in questo luogo al di fuori del tempo e vibrante di luminosità, dove la natura dialoga con la coscienza e la percezione diviene il sesto senso corporeo di quell’impeto ardente tradotto in passione, modellato in gesso e scalfito in marmo.
Visitare questi luoghi è sostare nell’universo Canova, dove la meraviglia della scoperta è l’unica compagna di viaggio tra le tappe più affascinati e significative della nascita di un’opera. Canova inizia a dar forma all’idea, ne segue i movimenti dall’attimo dell’ispirazione alla sua concreta realizzazione, coinvolge e rimanere coinvolto in un processo creativo, che con leggerezza e precisione si anima inizialmente nel disegno, successivamente si condensa nel rapido bozzetto in creta modellato con la stecca e le dita. Il contatto con le mani è determinante, sembra quasi che senta sull’epidermide l’idea delinearsi in cellule sonore palpitanti di vita, la composizione diviene , quindi pittura per studiarne le possibili varianti, poi il modello in gesso, penultimo stadio di un lavoro d’artigiano, che raggiunge, dopo la sbozzatura del blocco, l’assoluto nella lavorazione e levigatura del marmo. Siamo, così, giunti in fondo dove la sensibilità immateriale dell’intelletto, nello spazio infinito dei sensi, tesse l’essenza stessa dell’Arte. Canova ci ha lasciato le porte aperte per poter intravedere nella luce della rivelazione la valenza artistica, una sintesi vitalistica ed esistenziale.
Dal tardobarocco al primo neoclassicismo lo stile di Canova
Libero e geniale il suo spirito è proteso in avanti, è sospeso nella musicalità interiore, è sfuggente agli schematismi, è perennemente in viaggio nella storia dell’arte: copia i calchi di statue antiche, segue i corsi organizzati dall’accademia di San Luca a Venezia, s’iscrive alla scuola di nudo all’Accademia di Belle Arti, si esercita nel restauro di opere classiche e rinascimentali, Canova si trova tra il tardobarocco ed il primo neoclassicismo ( 1768 – 1773). Sono anni in cui il paesaggio artistico subisce profondi cambiamenti, in cui si verificano cambi di scena, con la morte di Tiepolo, infatti, avvenuta nel 1770 a Madrid, scompare anche la stagione della grande decorazione, a favore di un gusto più moderato e meno esuberante. Canova respira questo clima di mutamenti, vi partecipa, ma rimane principe della e nella sua personalissima visione che pur si armonizza con il suo tempo. Per tutta la vita, la grande raffinatezza, la tecnica, l’impegno intellettuale, l’equilibrio psicologico saranno la base di una perfetta e paziente esecuzione, una esecuzione derivante da un guizzante estro creativo che nel bozzetto ha trovato la rapidità del gesto e la tensione fervida dell’intuizione.
Le prime opere, le prime conferme
Il successo arriva a 16 anni con la sua prima scultura monumentale, Orfeo e Euridice, eseguita per il giardino della villa asolana dei Falier. Il linguaggio tecnico e l’espressione in stile rococò si alternano tra il gusto chiaroscurale ed il gioco contrapposto dei movimenti. Ma è con Dedalo e Icaro, il cui bozzetto si trova alla Gipsoteca, che affronta, per la prima volta, il problema di un gruppo narrativo, Canova procede passo passo, dal disegno alla realizzazione di un modello in gesso dello stesso formato della scultura finita; la dilatazione nello spazio, il movimento, tutto conferma la sua grande abilità tecnica. Canova usufruirà del ricavato dell’opera, 100 zecchini, per il suo primo soggiorno romano, tappa decisiva per la carriera ormai intrapresa.
Roma rivela ai suoi occhi i ricchi tesori artistici, Canova svela la sua personalità, la già delineata padronanza culturale, il suo forte senso creativo. Senza rimanere emotivamente coinvolto ne assapora gli effetti e prende solo ciò che ritiene utile e valido per i suoi studi. Pur apprezzando e ammirando l’arte classica e l’antichità, che Roma stava riscoprendo in quel periodo, rifiuta di copiare in marmo statue antiche, come rivela egli stesso in una lettera all’intellettuale francese Quatremère de Quincy: “vi vuol altro che rubare qua e là de’ pezzi antichi e raccozzarli asseme senza giudizio per darsi valore di grande artista! Conviene sudare dì e notte su’ greci esemplari, investirsi del loro stile, mandarselo in sangue, farsene uno proprio coll’aver sempre sott’occhio la bella natura, col leggervi le stesse massime”.
A Roma Canova, grazie a Girolamo Zulian, ambasciatore veneto accreditato presso la Santa Sede, riesce ad avere una pensione triennale, l’artista l’interpreta come un segno del destino da seguire fedelmente: “Pare che la Divina Clemenza abbia voluto per mezzo di questo Signore accordarmi quel bene che io tanto desideravo: quello cioè di potermi consacrare interamente all’arte, senza che il pensiero della propria sussistenza mi avesse a distrarre. Ora crederei un furto sacrilego se defraudassi l’arte di una sola ora al giorno”.
Canova vive l’Arte nelle sfumature più alte della sensibilità e nella piena consapevolezza di un concetto che ritiene fondamentale: l’esperienza artistica è per l’uomo un’esperienza spirituale ed intellettuale. L’Arte comunica, ascolta le voci del mondo, ne elabora i suoni e ne traduce le impressioni, parabole ascensionali in un eterno divenire in cui l’Italia non può rimanere isolata , deve interagire con l’esterno attraverso l’artista, che secondo Canova, ha un ruolo pubblico. Da qui nasce il suo interesse per lo studio delle lingue straniere, che affiancano quello della cultura letteraria. Contemporaneamente la scultura da forma alla storia e la storia è fatta di uomini come papa Clemente XIV Manganelli, per il quale nel 1783, avvia il lavoro del monumento sepolcrale custodito nella basilica dei Santi Apostoli, questo è il primo dei tre mausolei papali. La scultura, il cui bozzetto si trova nella gipsoteca di Possagno, si scosta completamente dal tipico modello berniniano, è solenne, maestosa ed elegante nell’estatica percezione del volume. Sembra che l’arte scultorea e l’arte architettonica qui si fondano nell’eterno legame con lo spazio, con la forza espressiva e con la materia. Il successo è enorme, ma Canova non si lascia coinvolgere, invia il denaro a Possagno per riscattare le ipoteche sui terreni che il nonno aveva impegnato per mantenerlo agli studi. Canova continua a lavorare e crea il secondo mausoleo, quello di Clemente XIII Rezzonico per la basilica di San Pietro, inaugurato il 6 aprile del 1792. Fu in questa occasione che Canova si travestì da prete per mescolarsi alla folla e coglierne in prima persona i commenti e le critiche.
La Bellezza Canoviana
Canova, ogni volta che realizza un’opera, sembra comporre un concerto, lascia scorrere sulla superficie marmoria piccole note di luce e ne modella i volumi, creando onde sonore sui pieni e sui vuoti, poi da compositore si trasforma in esecutore e la musica interna dell’opera, fluisce nella perfezione tecnica, nelle raffinate rifiniture, nel senso drammatico e nell’evocazione sensuale. Una partitura tra l’emozione della bellezza ed il calore di uno sguardo che seduce l’anima in “Amore e Psiche giacenti”, oggi al Louvre, terminata nel 1793, dopo lunghe fasi di studio. Tutto ciò è teso al massimo splendore anche nel monumento per l’arciduchessa Maria Cristina d’Austria, eretto nella Augustinerkirche di Vienna, anche questo bozzetto si trova nella gipsoteca di Possagno.
L’opera è la trasfigurazione materiale dei versi più intimi e profondi dei “Sepolcri” di U. Foscolo. Una piramide bianca, si erige nel silenzio della memoria, l’assoluto come essenza del tempo nella sua immateriale spazialità: la defunta è commemorata dalle attività caritative: la Beneficenza, la Virtù e la Felicità che sostiene il suo medaglione – ritratto circondato dall’uroboro simbolo di eternità. Al centro della piramide una porta c’introduce nell’aldilà. Soglia sulla quale la vita si congeda da noi per addentrarsi nel buio delle tenebre. Il candore del marmo rende ancora più netto il contrasto con la cupa oscurità della camera sepolcrale.
Impossibile ricordare tutti i capolavori canoviani, ma non possiamo non menzionare le varie versioni di Ebe coppiera degli dei, i bassorilievi mitologici, i dipinti su tempera d’ispirazione pompeiana, tutti conservati a Possagno. Canova esegue inoltre, molti lavori a carattere storico come numerosi ritratti di Napoleone, con il quale mantiene rapporti diplomatici.
Nonostante rifiuti le altissime cariche governative e istituzionali che gli vengono offerte da Napoleone quando, cedendo alle sue ripetute offerte, si reca per un breve soggiorno a Parigi, Canova comprende che deve dedicare parte delle sue energie in campo politico e diplomatico per la salvaguardia del patrimonio artistico.
Altra opera importante della sua lunga carriera è il gruppo delle “Tre grazie”, al quale s’ispirò Foscolo per il suo ultimo lavoro letterario dal titolo, appunto, “Le grazie”. Questo gruppo marmorio è il più replicato, la redazione di San Pietroburgo è considerata la migliore.
Canova, il Tempio, l’ultimo ritorno a Possagno
Antonio Canova, nella sua internazionalità non dimentica mai il paese natale. Canova e Possagno, oltre le proprie radici la luce del sentimento rivela legami sottili, vie sull’acquarello infinito dell’identità, disegnano il ritratto della propria anima tra l’anima del proprio luogo. un paesaggio agreste, ameno, nel quale si staglia un edificio colossale, il Tempio canoviano. Nel 1818, Canova finanzia la completa ricostruzione della chiesa, nasce il Tempio che ricorda il Partendone nel frontone e il Pantheon nella cupola e nella struttura interna.
Canova si spegne a Venezia il 13 ottobre del 1822, qui si organizzano i funerali organizzati dal conte Cicognara, e al termine si compie una macabra spartizione.
Il cuore e la mano destra rimangono all’Accademia di Venezia, successivamente il cuore verrà deposto nella tomba dei Frari. Il resto del corpo sarà trasportato a Possagno e collocato nel Tempio in un sepolcro scolpito da Canova stesso.
Dire che le critiche sono state pungenti per quanto si è verificato è banale. Una recisione tra la dignità artistica e la dignità di uomo, verificatasi nella desolata mente di chi ha architettato tale esecuzione. Un gesto perpetrato nella forma del corpo ha lasciato indenne l’essenza della vita: il valore della Bellezza che scorre sulla pelle dei suoi marmi.
di Antonella Iozzo, è vietata la riproduzione , senza citare la fonte.