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Elektra Elektra Elektra

19/01/2010
di Antonella Iozzo

 

 
 
 
 
 
 

 Regia  Orchestra  Scenografia Interpreti
per una coraggiosa Elektra
 
 
 
 
 
 
 
Elektra BolzanoBolzano - Al teatro comunale di Bolzano due serate liriche con Elektra di Richard Strauss, libretto Hugo von Hofmannsthal, Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e Orchestra Regionale  dell’Emilia Romagna, Direttore Gustav Kuhn, regia Manfred Schweigkofler, scene Michele Olcese.
Interpreti nella seconda serata del 16 gennaio 2010, Elektra/Elena Popovskaya, Crisotemide/Faida Hundeling,
Clitemnestra/Michela Binder Ungureanu, Egisto/Richard Decker, Orest/Wieland Satter, Coro del Teatro Municipale di Piacenza, direttore del coro Corrado Casati.
L’essenziale della regia nell’esistenziale esasperato dalla tragedia. A Micene, sul calar della sera, nella corte del palazzo degli Atridi le ancelle parlano di Elektra il cui padre Agamennone venne ucciso dalla moglie Clitemnestra con l’aiuto dell’amante Egisto.
Arriva Elektra la quale ricorda che proprio verso quell’ora suo padre fu sgozzato e, invocando il suo spettro, conferma il proposito di vendetta.
Crisotemide avvisa la sorella Elektra di guardarsi da Egisto e dalla madre la quale poco dopo entra per chiederle un rimedio contro gli incubi che tormentano le sue notti.
Inizialmente la giovane dà risposte ambigue, poi le profetizza la vendetta di cui sarà la vittima.
Clitemnestra si rallegra, quindi, alla notizia, non vera, della morte del figlio Oreste perché vede in lui un possibile vendicatore.

Elektra , pur non credendo alla morte del fratello, si accinge ad uccidere la madre e l’amante; mentre Crisotemide rifiuta di partecipare alla strage. Ma Oreste ritorna, Elektra è titubante, poi riconosce il fratello e attende che sia compiuta la vendetta. Mentre tutti acclamano il vendicatore, Elektra danza esultante sino alla morte.
La tensione che seduce, l’inquieta ossessione che intrappola, l’estremo che cristallizza gli stati emotivi. In uno spazio privo di dolenza umana, un alterazione in verticale sale sull’orlo della vertigine per spargere il sangue della vendetta.
Struttura scheletro per la scenografia di Olcese, impalcatura metallica, algida e penetrante, quasi una possente ossatura dentro la quale vibra un destino crudele. Potremmo dire in perfetta sintonia con gli staccati metallici dell’orchestra, sistemata sul palcoscenico e non nella buca, che arde in un crogiuolo scuro. Il suono impregnato di ebbrezza e dolore, di battiti, di lacerti squarcianti l’anima, ma mai il canto struggente e l’espressività sostenuta.
 
Arcate vigorose e strumenti a fiato sembrano celebrare la violenza nel respiro di Elektra, mentre nascono e muoiono in un sincronismo asciutto e sicuro dettato con pacata energia dal maestro Kuhn. Ottimi interpreti vocali, buona fecondità tecnica, anche se a tratti la Popovskaya dava l’impressione di cedere, di fremere nell’incandescenza della partitura tesa sempre sul filo del rasoio.
Sulla scena l’impatto e la violenza drammatica regnano sovrani, aprendosi uno spazio nello spazio, un luogo sotterraneo, tana profonda dove Elektra sopravvive ai limiti di ogni cosa, gabbia con le sbarre di ricordi e di lucidi tormenti.
Dal basso, dall’infimo una forza d’urto emotiva capace di sovrastare il vuoto compulsivo di un parossismo che sfibra ogni sua cellula. L’amore e l’odio la consumano essa odia se stessa in quanto figlia di Clitemnestra e contemporaneamente si ama perché figlia del re ucciso. Un conflitto che la risucchia, la sfinisce e l’alimenta.
Aspirata dal reale sembra essere una terribile incarnazione della pulsione di morte come pulsione che la sospinge verso la vita, la volontà degli dei.  Trauma emozionale che cala sugli spettatori, inflessibile angoscia nel delirio che penetra le coscienze nelle quali riverbera lo spettro dell’odio.
 
Un violento atto unico sospinto in avanti da un’onda selvaggia, un perenne crescendo di tensione che si scioglie lentamente disperdendosi con languore solo quando Elektra avverte il grido di morte della madre e poi di Egisto. Il suo obiettivo è raggiunto, avvolta nella bellezza inquietante dell’abbandono, danza come allucinata, come sollevata dall’evocazione sonora, da quell’accordo che è il leitmotiv dell’opera e che adesso si dissolve insieme alla sua stessa vita, oltre la giustizia resa, l’eterno, Clitemnestra il sacrificio del sublime.
 
 
 
di Antonella Iozzo © Produzione riservata
 
 
 
Foto di Franco Tutino

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