Marco Josto Agus, una meteora nel mondo dell’arte, sfuggente, intensa, incandescente. Nasce a Roma nel 1978, frequenta l’Accademia romana di Belle Arti, vive, crea, intuisce, percepisce, indaga, sotto la lente del “pensiero visivo”, le idiosincrasie e le empatie del suo tempo, presente anteriore negli intimi legami con il passato, con la storia, con l’ “io”, con la coscienza dell’Arte.
Sulla superficie della quotidianità dilaga un arcipelago di tensioni emotive, sussurrati da Josto nella voce infinitamente eterea della pittura, nel movimento del mare, nell’interiore sommerso.
La sua Arte è un dialogo silenzioso quanto una melodia dirompente “scritta” per un quartetto d’eccezione: l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco. L’immagine sottile dell’aria si tramuta in una carezza del disegno, diviene liquidità sonora nelle velature degli acquarelli, e si ricompone poi in materica consistenza negli oli, richiamo alla terra, forza, plasmata in labili frammenti fissati dai pastelli. Passando da una tecnica all’altra, da un disegno ad un acquarello, da un pastello ad un olio, Josto traccia la scenografia di un’opera nel preludio della prima esecuzione, dove gli occhi della luna incontrano la notte dell’anima e ne avvolgono il mistero
Per l’artista la realtà è una presenza, un’ascesi spirituale nel vuoto della tela, spazio fisico, mentale e psichico sul quale e nel quale danzano i suoi riflessi incondizionati, mentre il pensiero assume la valenza di una trascrizione poetica tra le corde dell’intimo sentire. Una ricerca oltre il tempo, anzi sospesa nell’atemporalità del flusso vitale che attraversa, squarcia e permane nelle ferite sgocciolanti l’essenza del ricordo nell’emersione del contemporaneo.
Spazio, forma e materia per Josto sconfinano nell’individualità del segno e del sogno, presenze nella forza del colore. Dall’impulso interiore l’energia dei timbri cromatrici cede il passo all’informale e crea, l’olio su tela “Senza Titolo”, pure forme sature di vita. L’evocazione poetica del figurativo è affidata a blocchi di colore che come blocchi sonori compongono una partitura musicale in cui il simbolico vibra di malinconia e ci riconduce all’origine delle cose: entità sensibili intuite.
Nell’acquarello “Paesaggio” campiture piatte dilagano in una dimensione avvolgente mantenendo una certa aderenza alla forma del suono, il suo movimento interiore risulta essere, infatti, una cadenza armonica irradiata verso l’esterno ed in grado di avvicinare lo spettatore al calore/colore trattenuto dall’opera. Legami di luce, legami che ritornano e s’intrecciano in raffinate composizione, come “Nuit” o “Mare notturno a Giulianova”, dove il lirismo della visione è tensione evocativa, canto nell’ispirazione dell’infinito. Ma “Nuit” apre, anche, la strada al colorismo di Marco Josto, colore inteso come materia, come essenza implosiva di energia, elemento fondamentale dell’opera che influisce sull’emozioni, determinandone gli effetti. Il linguaggio del colore esprime il movimento e la stasi della vita interiore, il tumulto dell’esistenza, il cui sentimento può essere appreso e vissuto soltanto nel colore.
Velatura dopo velatura la fluidità del colore restituisce alla bellezza estetica di Josto, la trasparenza del gesto. Sono tracce di sentimenti, di sensazioni riprese nell’inafferrabilità del momento. Un acquarello, un “Senza titolo” generico, una negazione ad individuare nel titolo il referente soggettivo del quadro, ci porta immancabilmente nel cuore dell’opera, dove è racchiusa l’essenza del mondo interiore, di quel sentire la profondità dell’essere penetrare nella natura per riaffiorare poi, in perlacei riflessi sulla superficie dell’acqua.
La ricerca di Josto è un continuo sostare, scavare, perlustrare tra le fibre dell’Arte, creando, così, immagini che sono il corrispettivo poetico della realtà. Riesce a racchiudere il mondo nella semplicità delle nature morte, ecco allora che nei suoi lavori il respiro dell’intuizione è una leggerezza sensoriale che supera il confine tra figurazione ed astrattismo a favore di ciò che vive sulla tela, e nell’opera. Il lavoro “La sedia”, in effetti, vive tutta la gamma emozionale, ed intuitiva di un mondo appartenuto all’artista e che ora riaffiora lentamente dall’oggetto ritratto, comunicandoci la sua stessa essenza, il suo essere in sé nell’opera stessa e il suo essere dentro l’atto creativo di Josto.
Per Marco Josto l’emozione dipinta è un incontro con la storia dell’Arte nei nomi di Van Gogh e Munch, maestri esplorati fin dentro l’inconscio per poterne esaltarne il valore. Sono omaggi che risentono di una corrispondenza dei sensi nell’evoluzione del pensiero depositato successivamente nell’interpretazione dell’“omaggio a Van Gogh Camera da letto Arles 1888” o in opere quali “Iris da Van Gogh”, o ancora “Campo di grano con cipresso” e “Campo di fiori con 2 girasoli”.
Ma d’un tratto questo incantesimo viene assorbito dalla “Solitudine ”, stato dilagante, divorante, è una spirale che risucchia la vitalità alienando il protagonista in territori altri, dove frammenti d’umanità vagano in cerca di un’anima: nuvola su cui risposare, su cui adagiare l’inquietudine, la consunzione di un ricordo, il silenzio assordante del dolore lacerato dalla voce muta di Munch e ricomposto dalla voce immobile di Josto.
L’espressività del tratto è una costante nella scrittura dell’inconscio, linguaggio a metà fra forma e idee che emerge nel momento magico in cui la mano segue l’ispirazione tracciando la fisiognomica dell’anima di Josto, sensibilità straripante razionalizzata nel tratto incisivo del disegno. Poche sfumature e chiaroscuri modulati raccontano la brevità di un giorno raccolta dal tempo ed elaborata come vissuto, quasi un prolungamento del reale, che nel disegno trova la lucidità riflessiva del gesto.
Non vi è trasformazione in Marco Josto, quanto piuttosto un’evoluzione della sua poetica, sempre protesa in avanti, sempre pronta a cogliere il flusso in divenire dell’impressioni. L’esistenza risulta, di conseguenza, piegata da un ritmo interiore che ne scandisce la linea ondulata del desiderio, nella serie dei “Nudi”. Un desiderio trattenuto, spento, irretito in corpi privi di seduzione in attesa che un sole scaldi il gelido tocco della solitudine, compagna fedele d’interminabili istanti ingabbiati nell’indifferenza più amara. La malinconia scivola nel tratto intenso e netto ma pericolosamente incline alle allusive curve dell’intimità.
Nelle piegature di una vita che se ne va, la forma della sofferenza diviene luce nel movimento della verità dipinta. Una prospettiva nella quale Marco Josto riesce ancora oggi, a condensare estratti d’emozioni, una danza alla luna scossa dal vento della memoria. Il suo atto creativo è stato ed è una sinfonia di bianchi limpidi e tersi, una primavera della pittura ricomposta dal tempo in paesaggi sonori udibili con l’anima, ascoltarli è un’esperienza pura che prescinde dal valore assoluto per cogliere l’invisibile dietro i limiti del visibile, un orizzonte tra la vita e la morte, una musica infinita, una partitura di suoni e colori nata da Marco Josto ed interpretata dall’istinto creativo nella sua essenza primordiale, al di là solo l’essenza del tempo, al di qua solo la dimensione spaziale di un attimo fermo nell’eternità dell’Arte.
di Antonella Iozzo, è vietata la riproduzione , senza citare la fonte.