Gli Homeless
C’è chi ha troppe case e chi non ne ha nessuna, come gli homeless. Ma chiamarli senza casa non è la stessa cosa. Homeless è diventata una categoria sociologica per indicare non tutti quelli che nel mondo non hanno casa, ma solo quelli abitanti delle città che sono senza casa. E’ una categoria urbana di persone condanne a vagare per le strade ...
di Carla Pasquinelli
Cercano riparo nelle aere urbane, colonizzando i fondali nascosti delle nostre città – le loro zone d’ombra – in cerca di in riparo. Sono persone prive di quel bene elementare che è la privacy, con un sé esposto impudicamente allo sguardo distratto e disgustato, a volte pietoso, più spesso infastidito di chi gli passa accanto e tira dritto affrettando il passo. Capaci di rendersi trasparenti, invisibili. Ci riescono meno bene le donne, che da noi sono ancora poche ma che altrove sono diventate una categoria sociologica a sé. Le bag-ladies , come le chiamano a New York , le signore dalle buste di plastica, che si trascinano a presso faticosamente, oscillando sotto il loro peso, a volte accatastate su carrelli di fortuna sottratti a qualche supermercato. Buste gonfie di oggetti e di stracci da conservare che rappresentano tutto i loro averi, da cui non si separano mai. Fardelli che, quando si fermano, dopo aver scelto bene il proprio angolo, li sparpagliano per terra mettendo in mostra altre buste di plastica, più piccole, che continuamente controllano, frugandovi dentro. Forse cercano davvero qualcosa di preciso, oppure vogliano solo accertarsi che ci sia tutto, che tutto sia in ordine. Perché quelle buste sono al loro casa e per questo vanno tenute in ordine.
Essere senza case equivale a essere senza uno spazio proprio. E chi non ha uno spazio, non ha nemmeno un ordine, un centro da cui partire e a cui tornare la sera, nemmeno un vicino o un lontano. Lontano da dove ? Vicino a dove ? Con la perdita della casa, anche la categoria della distanza va perduta. Destinata a peregrinare senza centro, per occupare in maniera furtiva angoli remoti che colonizzano per un tempo limitato facendone il loro centro provvisorio, il luogo di un ordine precario, un unto di vista da cui poter finalmente guardare gli altri, finché non vengono cacciati o hanno saturato lo spazio intorno con i loro rifiuti. Mentre per noi sono solo immagini del disordine, un tratto del caos urbano, un angolo infetto da ripulire e da riportare alla sua funzione di marciapiede o di scalino di una chiesa o atrio di portone. Un angolo che per un tempo breve è stato antropizzato dalla loro presenza, trasformato in un piccolo mondo fatto di scatole di latta e cartone, allineate o accatastate con metodo. Basta avere un proprio luogo per diventare subito ordinati, per partecipare delle virtù dell’ordine.
Ricordo un omino piccolo e nero che aveva deciso di fare la sua casa tra un pilone e l’altro di una sopraelevata che attraversa la città, costeggiata da una strada urbana, di quelle frequentatissime che portano in lontane periferie, segnate dalla fretta di arrivarci. Era circondato da una batteria di pentole nere anch’esse, fuligginose, o forse annerite da gas di scarico delle macchine, che era riuscito ad attaccare ad un pilone di cemento. Nonno mai visto desiderio così disperato di casa.
Penso che si possano classificare tre diverse tipologie di Homeless viste dal vertice ottico dell’ordine così come si percepisce dalla maniera cui trattano le poche cose che riescono a trascinarsi dietro. I solitari – I gregari – I sommersi .
di Carla Pasquinelli
01 giuugno 2010
Dal libro “ la Vertigine dell’ordine” – Il rapporto tra sé e la casa –
Ed. Baldini Castoldi Dalai – 2004 Milano













