IL CONTRIBUTO DELLA SVIZZERA AL RISORGIMENTO ITALIANO

Bolzano - Ho scelto, per ricordare il 150° della fondazione del Regno d’Italia, ché questa e non altra è la ricorrenza che si celebra oggi, un tema che ci avvicina spiritualmente ad una nazione sorella, che confina con la nostra provincia e a cui tante cose ci legano. A titolo di curiosità ricorderò che il Cantone dei Grigioni, il cantone svizzero con cui la nostra provincia confina, ha, come del resto l’Alto Adige, tre lingue ufficiali, il tedesco, l’italiano ed il ladino. Un popolo, quello grigione, che parla tre lingue, unito da valori comuni, che vive pacificamente senza tensioni e nel massimo rispetto della lingua e delle tradizioni altrui, ecco un esempio positivo per noi altoatesini!
Non possiamo tacere l’influenza che sulla cultura patriottica risorgimentale ebbe il ginevrino Jean Charles Léonard Simonde (1773 – 1842), innamorato dell’Italia. Sosteneva di essere un discendente della stirpe pisana dei Sismondi ed italianizzò il proprio nome, appunto, in Sismondi. Liberale moderato, nemico del liberismo sfrenato, venne perseguitato sia dai rivoluzionari che dai reazionari. Fu anche contro gli eccessi di Napoleone, ma dovette riconoscere utile e necessaria l’opera riformatrice del grande Corso. Sostenitore del Romanticismo in letteratura e nelle arti in genere, visse a lungo in Toscana e scrisse una monumentale “Storia delle Repubbliche italiane nel Medioevo”. Ammirata da molti intellettuali, nell’opera c’è il rimpianto per il valore mostrato dall’Italia nel Medioevo, valore che avrebbe dovuto ispirare gli italiani contemporanei ed indurli ad un vincolo federale.
Molti italiani scoprirono o riscoprirono il senso della Patria proprio grazie al Sismondi, mentre un’altra sua opera, pubblicata nel 1832, proprio agli inizi del Risorgimento, la “Storia della rinascita della libertà in Italia”, ebbe un’influenza politica ancor più marcata e prefigurava, sostanzialmente, la prossima unità politica degli Italiani.
Un altro personaggio di origine ginevrina stabilitosi in Toscana, Gian Pietro Vieusseux (1779 – 1865), con la sua rivista “Antologia” e con l’ “Archivio Storico Italiano” contribuì non poco a creare una nuova coscienza nazionale italiana ed ebbe la fortuna di riuscire a vederla unita. Dobbiamo riconoscere che il Risorgimento non fu solo un fatto d’armi e battaglie, fu anche una creazione intellettuale, quella che giustificava quei fatti d’armi e quelle battaglie ed in questo senso si può tranquillamente affermare che il Vieusseux, con la sua attività di generoso mecenate e diffusore della cultura, è stato uno degli artefici del Risorgimento in senso intellettuale.
Sempre a Ginevra (per inciso la città fu legata a Casa Savoia tra Medioevo e Rinascimento, tanto che tra i titoli dei Savoia c’è quello di Conte di Ginevra), ci rimanda Marc Monnier (1829 – 1885), nato a Firenze, dove la sua famiglia aveva intrapreso un’attività commerciale, e che poi si trasferì a Napoli per gestire un albergo l’ “Hotel de Geneve”. Dopo aver iniziato gli studi a Napoli, il Monnier li continuò in Francia, Svizzera e Germania, entrando in contatto con i migliori spiriti della cultura europea del tempo. Egli diede alla stampe moltissimi volumi ed articoli su questioni italiane e divenne un’instancabile propagandista della causa italiana in Europa, unendo l’ erudizione alla chiarezza nell’esposizione. Notevole la sua polemica contro Alphonse de Lamartine, che definì l’Italia “terra dei morti” e che fu tra i primi a chiedere, in spregio al principio di nazionalità, l’annessione di Nizza alla Francia.
La cultura si può diffondere solo là dove c’è la libertà di esprimere le proprie idee e di diffonderle. Negli stati italiani preunitari questa libertà non c’era, o perlomeno non era completa. C’era, invece, nella libera Svizzera e alcune tipografie ticinesi diventarono il luogo di produzione di stampati patriottici che venivano poi diffusi in Italia: la Tipografia Elvetica di Capolago, la Tipografia Ruggia di Lugano, poi continuata dalla Tipografia della Svizzera Italiana dei fratelli Ciani. Fuori del Ticino va ricordata, per le sue benemerenze patriottiche, la tipografia Bonamici di Losanna.
La più celebre fu la Tipografia Elvetica di Capolago, fondata nel 1830 dal ticinese Vincenzo Borsa – Mazzetti. All’inizio era politicamente neutra, ma quando il suo direttore, l’astigiano Carlo Modesto Massa, proscritto dal Piemonte perché coinvolto nei moti carbonari del 1821, prese in mano l’azienda, la tipografia assunse il proprio carattere decisamente risorgimentale, pubblicando opere di Balbo, Gioberti e D’Azeglio. Al Massa successe il suo collaboratore Alessandro Repetti, un genovese naturalizzato svizzero, che intensificò la pubblicazione di opere patriottiche, anche di opuscoli per così dire “incendiari” che venivano contrabbandati nel Lombardo-Veneto e nel Regno di Sardegna. Assai attivo nell’opera di contrabbando era il comasco Luigi Dottesio, dipendente della tipografia, costretto a vivere in Ticino perché aveva attivamente partecipato alla prima guerra d’indipendenza. Benché amnistiato, non riusciva a trovare lavoro a Como (era stato dipendente comunale) per il veto posto dalle autorità austriache.
Dopo la prima guerra d’indipendenza la Tipografia pubblicava testi che l’Austria giudicava altamente pericolosi. Con una scusa il Dottesio venne indotto a recarsi al confine tra Canton Ticino e Lombardo-Veneto (ove era stata respinta la sua fidanzata Giuseppina Perlasca che era attesa a Capolago) e qui fu arrestato dalla gendarmeria austriaca: era il 12 gennaio 1851. Trovato in possesso di carte compromettenti (ma la sua attività di “contrabbandiere per patriottismo” era all’Austria già nota da un pezzo), verrà impiccato l’11 ottobre 1851. La Tipografia Elvetica di Capolago dava quindi anche un martire alla causa dell’Unità d’Italia…
Il Ticino fu sottoposto a grandi pressioni politiche da parte dell’Austria, soprattutto dopo il moto mazziniano di Milano del 6 febbraio 1853: 6000 ticinesi vennero espulsi dal Lombardo Veneto e Vienna accusò Berna di tollerare che il Ticino fosse ridotto ad un covo di sovversivi. Lì per lì le autorità svizzere difesero l’operato della tipografia, ma le pressioni furono tali e tante che lo stabilimento chiuse alla fine di marzo del 1853.
Il farmacista luganese Giuseppe Ruggia (1771 – 1839) fondava con alcuni soci una tipografia nel 1822 che rilevava nel 1827, dandogli il proprio nome. La tipografia era il punto di ritrovo dei liberali ticinesi e dei patrioti italiani. Dai torchi della tipografia uscirono libri, opuscoli e giornali politici quali il “Corriere Svizzero”, “L’Osservatore del Ceresio”, “Il Repubblicano della Svizzera Italiana” e “Il Tribuno”, legato alla Giovine Italia e al movimento mazziniano. Morto Giuseppe Ruggia nel 1839, la tipografia venne gestita dal fratello Pietro sino al 1842, anno in cui venne rilevata dai fratelli Ciani, esuli milanesi già collaboratori di Giuseppe e continuò, senza mutare la linea patriottica, col nome di “Tipografia della Svizzera Italiana”, che continuò fino al 1852.
Grandi meriti patriottici ebbe anche la tipografia dell’esule toscano Stanislao Bonamici a Losanna negli anni Quaranta e Cinquanta del XIX secolo.
Si è detto del Ticino: la comunanza di lingua e di cultura faceva sì che gran parte dell’opinione pubblica ticinese parteggiasse per la causa dell’Unità d’Italia, non solo con il cuore e con la mente, ma sovente anche con il braccio. In tutte le guerre e campagne per l’indipendenza d’Italia si sono visti Ticinesi combattere assieme ai loro fratelli Italiani. Nel 1848 il colonnello Antonio Arcioni, ticinese di Blenio, combatte eroicamente con la sua colonna contro gli austriaci nel Trentino, mentre nel 1849, generale della Repubblica Romana, combatterà altrettanto eroicamente contro i francesi.
La colonna dei carabinieri volontari del colonnello Vicari, formata da 300 uomini, era composta quasi tutta da ticinesi del circondario di Agno e nel 1848 presero parte all’assedio di Peschiera riuscendo a conquistare uno dei bastioni principali della fortezza. Di origine ticinese (il padre era del circondario di Lugano, la madre di Soletta, un cantone della Svizzera tedesca) era anche Emilio Morosini, uno dei più fulgidi caduti nella difesa della Repubblica Romana.
Nella schiera dei Mille troviamo il luganese Natale Imperatori (1830 – 1909) tipografo e libraio, molti ticinesi combatteranno con Garibaldi in Trentino nel 1866: Emilio Andreazzi, i fratelli Bernardino e Giuseppe Maraini, Francesco Stabile e tante altre decine di volontari provenienti un po’ da tutte le località del Ticino.
Due artisti ticinesi sono legati alle arti figurative nel Risorgimento: il pittore luganese Carlo Bossoli (1815-1884), che lasciò dei bellissimi quadri delle campagne militari del 1859, 1860 e 1861, e lo scultore Vincenzo Vela di Ligornetto (1820 – 1891) che immortalò nel marmo eroi del Risorgimento (suo il monumento a Garibaldi in Como). Ebbene, Vincenzo Vela partecipò di persona in Lombardia ai moti quarantotteschi per la liberazione dal giogo asburgico, il Risorgimento, quindi, non venne da lui solo scolpito, bensì anche vissuto in prima persona, da protagonista…
E come dimenticare la generosa ospitalità che la Svizzera diede a tanti patrioti perseguitati e proscritti? Illustri e meno illustri poterono aver salva la vita solo grazie all’asilo che la Confederazione Elvetica aveva loro offerto.
Mazzini trascorse in Svizzera complessivamente una diecina d’anni e vi fondò pure, anche se l’organizzazione ebbe invero poco successo, la “Giovine Svizzera”. Egli venne aiutato dai fratelli Ciani, ricordati per la loro tipografia luganese, che si legarono al grande Genovese diventando infaticabili propagandisti del suo pensiero politico. Erano profughi anche i Ciani, ma vennero naturalizzati svizzeri in quanto si scoprì che i loro antenati erano emigrati in Lombardia da Blenio nel Ticino.
Anche Carlo Cattaneo ottenne la cittadinanza elvetica e l’approfondita osservazione del sistema politico svizzero in generale e ticinese in particolare, contribuì molto allo sviluppo delle sue idee federaliste. E Francesco De Sanctis, proscritto dal Regno delle Due Sicilie acquisì fama internazionale con l’insegnamento della letteratura italiana al Politecnico di Zurigo. Quando, pochi anni fa, la cattedra che lui aveva fondato venne soppressa, non furono pochi gli svizzeri, anche non di lingua italiana, che protestarono, tanto la sentivano prestigiosa.
Quando il Regno d’Italia si costituì, 150 anni fa, aveva più nemici che amici e molte potenze non procedettero neppure al suo riconoscimento, preferendo mantenere rapporti diplomatici con le rappresentanze in esilio degli stati preunitari. La Confederazione Elvetica, invece, si mostrò subito amica del neonato Regno d’Italia, intrattenne da subito rapporti diplomatici con esso ed il fatto di avere alla propria frontiera settentrionale uno Stato dichiaratamente neutrale fu, per il giovane Regno, un vantaggio di non poco conto. Si sa che i rapporti tra gli Stati, così come quelli tra gli individui, hanno momenti di luce e di ombra, di alti e di bassi, come si suol dire, ma l’ ormai collaudata amicizia tra l’Italia e la Svizzera, nata proprio all’epoca del Risorgimento, ritengo sia a prova di qualsivoglia eventuale crisi.
Dr. Achille Ragazzoni
Presidente del Comitato di Bolzano
dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano
(16.03.2011)













