Antonio De Siati- L’occhio musicale

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Antonio De Siati. L’occhio musicale della forma

a cura di Antonella Iozzo

Il corpo della musica, il suono dell’estro artistico di Antonio De Siati: passione impetuosa nelle fibre di una partitura danzante il verbo della sua stessa esistenza.  Disegno e colore, forma e contenuto, figurazione e astrazione, memorie di neutra sensibilità tra lo spazio e il tempo, verità di un passato interiorizzato che partorisce la creazione in divenire.

Sono impressioni dell’artista sul mondo esterno, accumuli d’esperienze, rilanci di emozioni, individuazione di stati transitori, pensieri abbandonati nel labirinto della mente, quasi secrezioni spirituali nella dilatazione del suono dell’anima, una compenetrazione musicale in grado di eliminare il secondario per esprimere il necessario, circondando l’individuo con una perfetta composizione spaziale, ritmica ed intrisa di consapevolezza cromatica, unica aderenza al silenzio melodico del senso.

In questa empatia armonica, note segnate da una tragicità vitalistica irrompono in una dodecafonica architettura intessuta da De Siati quasi come un mosaico bizantino, dove  le reminescenze di vissuto vengono quindi “ordinate” in sequenze, impastate al materiale umano e sviscerate in scultoree presenze dell’invisibile tattile al sentimento.
L’introspezione estetica dell’artista sfoglia i tratti essenziali della musicalità e crea un leitmotiv che esprime le infinite possibilità del suono di dilatare la usa intima essenza in un flusso constante e continuo: nasce il pensiero visivo di De Siati, rappresentazione sensibile – spaziale nello specchio dell’Arte.

Nelle sue opere la musica è un elemento d’equilibrio spazio – temporale, un rimando/riflesso all’urbana alienazione, una metamorfosi in luce/ombra tra le pieghe dell’intima percezione. Sia nei lavori bidimensionali che in quelli scultorei, la musica sembra limare la materia e viceversa, e come se una serie discontinua di scogli, – aspre tensioni solidificatosi in rocce sotterranee -, emergessero saltuariamente dalla morbidezza gestuale e ne interrompessero l’espressività soave con improvvise isole di monadi percussive.

La musica, di conseguenza, implode nell’intuizione artistica di De Siati e si rivela carne vibrante, vitale, incandescente pronta ad incendiare la materia. E se sugli sfondi neutri il rosso, sempre presente, assume un suono opaco, sul nero delle occlusioni di parole tradotte in note, acquista una forza vivissima, straordinaria, è praticamente un fuoco che veicola lo stato puro della coscienza nell’astrazione della verità compositiva, voce trasparente compiaciuta di annullare e ricostruire l’immagine dell’essenzialità.

Osservando le opere si avverte una rivoluzione dell’atto sonoro: i timbri non sono più avvertiti da De Siati come abbellimenti ma divengono vere e proprie strutture plastiche, sostanza, forme musicali che non descrivendo, raccontano l’attimo musicale nell’imperturbabile staticità del tempo, illusione o evasione sensoriale?
Nel fuggevole l’enigma celato. L’occhio e l’orecchio dello spettatore restano in attesa ma non esiste fine, non vi è risoluzione, l’istante risulta figlio del passato ed è capace di futuro perché forza ed energia tesa. In questo movimento vi è tutta la potenza dell’Arte visiva di Antonio De Siati: una vicinanza di linee e superficie plasmati in una struttura visibile che porta in sé il ritmo della forza interiore.

Identità distorte in bilico tra il dentro e il fuori, tra l’intuizione e la percezione, tra il sentire con la pelle e il vedere con l’anima, tra la forma della passione e la sua evoluzione, tracciano i movimenti di una sinfonia ancestrale esposta al reale dietro lo schermo del senso e dell’immagine. Grazie ad essi l’inafferrabile e il flusso tumultuoso delle sensazioni che trasportano, assume un aspetto riconoscibile, una forma visibile nel quale l’io suona la propria musica interiore.

Questo diaframma si presenta in vibrante sintonia con l’incertezza contemporanea, equilibrio che ritorna costantemente nelle opere di De Siati, atto, a volte, a recuperare il lato sommerso delle cose. Sono quasi suggestioni trasformate in tracce persistenti di memoria, epidermide attraversata dal tempo, vita pulsante, ma anche precaria, un “allegro con fuoco” che lentamente si consuma nel “moderato maestoso” di un canto primordiale da cui tutto ha origine e dal quale ha coinvolge il mondo e l’esistenza stessa dell’uomo.

E’ uno scavo intimo, profondo, magnetico, impregnato di ricordi e di memoria, dal quale emergono le figure musicali, simbolo della realtà oggettiva  e soggettiva, dell’altro in noi.  Strati di vita, di terra e di sangue sgocciolante nel rosso quasi trionfante procurano un intenso impatto visivo, poetico, drammatico e sembrano dissolversi nell’assemblaggio dei materiali per poi riemergere domate nella  nuova dimensione.
Ai confini dell’Arte, transizioni musicali rimandano a riflessioni di grande respiro, luoghi di mutamenti dinamici sospesi nelle sfumature estetiche di complesse architetture musicali che si stagliano fragili e supreme nella quiete visiva dell’artista.
Intorno ad uno spazio vuoto emerge il concerto di De Siati, un concerto carico di atmosfere liriche e di improvvise cadenze che evocano un senso di raccoglimento. Opere da osservare, in esse una verità e un significato non immediatamente percepibile, oltre l’apparenza, l’apparizione dell’assoluto.

Rivelazione della verità tra lacrime musicali di un’emulsione di acqua vitale e figurazione sonora, il resto è rappresentazione celebrativa di entità uniche ed irrepetibili. Imprendibile respiro di una musica infinita forgiata da De Siati in materica essenza di vita. Microcosmi incandescenti, forza magmatica la cui potenza travolge e sconvolge il visibile, sul suo volto l’occhio musicale legge l’impossibile da avvicinare senza sentirsi risucchiare dalla mano stessa del mondo.
Il dialogo – interlocuzione tra artista, arte e musica scaturisce, quindi, da un incessante movimento di energia che si esplica in una peregrinazione di spazio/tempo e di luogo/identità. Ogni azione si sovrappone a una reazione e ogni istante viene rielaborato nel carattere del nostro tempo.

La creazione, a questo punto, scandaglia a fondo, non solo l’anima umano, ma la coscienza della realtà e porta in superficie le tensioni, le paure, le fragilità, le incertezze, il moderno horror vacui dell’universo. E’ una Crocifissione musicale che inchioda questa spietata nudità tra le palpebre del mare interiore, una cavità vitale squarciata dal trillo di un violino che risuona all’infinito il dolore lirico cristallizzato in dissonanti variazioni, l’anima, materia pura e nobile, sempre tendere la sua mano per un distacco dalle miserie della condizione umana, per un legame con l’invisibile volto del sentimento.

di Antonella Iozzo © Produzione riservata 
               (11.09.2009 )

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