La voce del Corpo

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Collettiva Internazionale ” La Voce del Corpo”
Libera espressione di un intenso vissuto, rinnovato nella magia sognante della danza… quasi un’elegia sospesa tra corpo e spirito
 Con gli artisti. Loredana Alfieri, Isella Barresi, Juanita Capogna, Andrea Cuomo, Lisbeth Dal Pozzo d’Annone, Faustina Aurora Dibenedetto,
Viana Moreno, Nemo, Ann Nyberg, Matteo Procacciali,
Giuseppe Ravizzotti, Mariella Relini, Serena Rossi, Ornella Stefanetti, Assunta Varni

 a cura di Antonella Iozzo

ALFIERI
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CAPOGNA
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D’ANNONE
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MORENO
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NYBERG
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RAVIZZOTTI
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ROSSI
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VERNI
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L’esistenza notturna della corporeità è un’abrasione del desiderio, un groviglio di tensioni nascoste che sanguinano nel freddo lunare di un sogno magmatico. Sulla soglia della forma quasi sussulti fisiologici della pittura nel suo tramutarsi in “La voce del corpo”, mostra in corso su BluarteVirtual. La voce del corpo nella verità dell’anima svela labirinti pulsionali di presenze impalpabili, essenze, segni, rocce liquefatte in rivoli di energia. Una scrittura vibrazionale e sotterranea per un racconto-frammento sconfinato e sconfinate in immagini che esprimono se stesse e il loro mondo di relazioni percettive più intime.

Con Procaccioli variegate schegge creative, coscienti dell’ineffabilità dell’attimo fuggente, celebrano la propria danza-opera con raffinate movenze, armonie di pause, ritmi, timbri  affioranti da tagli di luci e da zone d’ombre audaci. Scatti d’autore per esplorare il corpo nel suo sensibile silenzio e ciò che rimane è il segreto di una pelle bianca segnata dal profumo di rosa,  un brivido patinato che “tocca” lo spettatore attraverso la voce della sensorialità. Piacere e dolore, provocazione e solitudine,  estreme scritture d’arte in-scritta sul corpo voluttà, una seduzione trattenuta nel piacere fluido dell’acqua vitale, un io disperso nel paesaggio delle mente di Verni. Memorie in fuga dalla prospettiva, per un nuovo spazio in cui il segno e la pennellata rendono l’angolo sensitivo come una finestra aperta sulla verità. Qui l’invenzione si  trasforma in quotidianità bagnata da fasci di luce che accolgono debolezze, passioni, sentimenti, malinconie, un eterno momento sfuggito ai paesaggi naturali ed ora  realtà dentro le fibre dell’umano sentire.

Sulle pieghe del corpo segni- scrittura indelebili “marchiano” l’epidermide-anima ripresa dallo scatto di Cuomo. Incisioni che sprofondano nella materia vivente e ne riflettono la fragilità, la solitudine, il tragico contemporaneo, il nulla ignorato ma avvertito. Le immagini suscitando, nell’osservatore, disagio e fascino, comunicano la propria umanità che è anche la nostra, minacciata ma sempre in lotta. Tracce: l’evocazione è respiro, l’immagine una voce, quella della Rossi nell’impronta di un oggetto che a poco a poco si rivela come memoria di un’identità dimenticata, come una trascrizione emozionale del reale che ci circonda, come simboliche espressioni della moltitudine dispersa nell’illusione dell’esistenza. Il corpo è assente, ma la sua entità permea il tempo disteso su un colore intenso ed emozionale, sfondo ma anche materia per accogliere testimonianze di un arcaico presente,  un luogo, non tanto lontano da noi.

Corpi svuotati su fondi indefiniti, corpi consumati, cosparsi di frammenti surreali, corpi trattenuti da una tessitura di cromie intensa, corpi che si muovano nella mente e ritrovano la nostalgia del sentimento di Alfieri. Tensione, speranza, fuga, ribellione, tutto giocato su una compenetrazione espressionistica. Il passato rimane dentro corpi proibiti, mentre lacerazioni smussano gli angoli del cuore e divampano in notti di passione naufragata sulle spiagge della disperazione, da qui il presente vola via e il sogno culla il suo corpo. La libertà  creativa di Nyberg esplora i diversi livelli della coscienza del corpo. Nella sua esuberanza creativa galleggia l’attualità del presente, sono iconiche espressioni di una felice sinergia tra essenza vitalistica e corporeità sensibile, presenze che scuotano la voce interiore dell’opera intrisa di musicalità. Sospensione e leggerezza ricadono sull’effetto coloristico per improvvisazioni jazzistiche in progressione.

Una luce interna illumina l’immenso dentro l’astrazione del sentimento di Capogna. Essenza sotterranea densa di vibrazione si staglia in tutta la composizione dove la luce amplifica la percezione del paesaggio. Ogni pennellata è meditata, misteriosa, pura, come un commento musicale imbevuto di rassegnata malinconia. Il tempo invece è congelato, fissato, ingoiato da un corpo – ombra,  ingombrante presenza portata in primo piano, in lontananza, invece,  il mondo svuotato di umana esistenza, si tinge dei colori dell’orizzonti carichi e lacerati da memorie incandescenti.

Dalla voce al corpo della materia per estrarne la massima espressività.  Nei dipinti di Ravizzotti il segno rapido freme, il gesto veloce, istintivo coglie l’attimo per un momento da vivere con il corpo divenuto parte di quel impulso creativo. Le mani vedono, gli occhi toccano e ciò che sfiora pericolosamente la tela è un’implosione dalla quale emergono  improvvisi lampi di figurazione che escludono la profondità  prospettica e invadono lo spazio  dello  spettatore. Un universo di segni occupa  l’intera superficie, sono voci dissonanti ciascuna delle quali sviluppa il proprio ritmo, all’interno la vibrazione emozionale della vita. Prima che l’acqua vitale bagnasse le sonde dell’anima, prima che la materia pulsasse nella forma del corpo ogni cosa trasudava di inconsci silenzi e di assenze consapevoli. Nemo ne avverte e ne trasmette la tensione oscillante e l’istante nell’esistenze come un respiro di memoria primordiale trapassa la condizione umana latente in ognuno di noi per esplode nel rosso dilagante, caldo, impregnato d’energia. La materia si fa incandescente, lo spazio della mente perfora la dimora del tempo ed il rosso divenuto ancora più corporeo arde come un vorticoso vissuto nella voce del presente.

Il divenire fremente del tratto di Relini trattiene la forza pulsante o lasciva di corpi femminili avvolti dai ricordi e quando questi si sovrappongono divengono isole, paesaggi o passaggi di materia plasmata in membra di cromie pastose, dense per tratti espressionisti  baciate dalla luce e scolpite dai chiaroscuri. Fusione di istinti che ordiscono narrazioni affascinanti, quasi visioni modellate da sfumature trascinati la verità del corpo. Sulla superficie dell’acqua la profondità poetica di Moreno ci fa sentire l’interna riflessione, il pensiero e l’essenziale, vita silente che accarezza il respiro del corpo, che tocca il cosmico stato di grazia del silenzio, che sprofonda nelle onde e rinasce Venere bagnata dal canto della pittura. Infinita materia trasparente ed è subito emozione dispiegata nella danza, energie, ricordi, sedimenti nella metamorfosi fisica di un gesto risolto nella purezza del tono e dei suoi trapassi.

Instabile leggerezza dei sensi. Barresi traspira la lucidità assoluta dell’immenso nella dinamica di uno sguardo che cattura il luogo e ne individua l’orizzonte per poi viverne il transito delle relazioni extra – sensoriali. Un percorso in cerca di se stessi, una proiezione della stadio coscienziale nella forma dell’essere. Ogni parte del corpo palpita in queste sollecitazioni ritrovando luce e armonia, una dimensione che può svanire o investire il pensiero. Sono costellazioni folgoranti che abitano il corpo e vivono l’effluvio del coinvolgimento fisico, curve morbide per una bellezza che non è mai stata distante da noi., una transizione di effusioni nella sfericità dell’amore. Tele che parlano che esprimono l’intima personalità pittorica di Stefanetti. Mute presenze bloccate, in una ripartizione spaziale lineare, da una luce ferma, evocano la voce del corpo, plastica poesia evidenziata da un colore tonale. Si cambia scena e un’ultrarealtà sembra  filtrare la sensualità di una bellezza statuaria, tornita, costruita per volumi. Velatura dopo velatura, pennellata dopo pennellata la consistenza vellutata dell’epidermide prende vita davanti ai nostri cocchi. Una fascinazione conturbante nello spazio ben costruito e distribuito da un effluvio di leggerezza, una sinfonia di bianchi, un acquarello azzurro nel cielo limpido e terso, un mondo che entra da una finestra spalancata.

L’intima persuasione del segno ricrea il senso della composizione di D’annone mettendo in scena un racconto per immagini. Sogni e speranze si mescolano all’angoscia in una tessitura di colori dolci, impregnata da una nostalgia commovente, di speranze e desideri. Corpo e anima: un solo universo proteso al di là del tramonto, per rinascere nella sintesi formale del ritratto. Precisione lenticolare per i dettagli che emergono dallo sfondo, sensibilità per i giochi di luce che modellano il viso, colori nitidi ed essenziali per una purezza che da voce alla corporeità del tempo. Il tratto incisivo, netto, lucido di Dibenedetto racchiude il corpo evidenziando le spigolature dei sentimenti, come per dire forme sintetiche e geometrizzate  abitano il drammatico celato al presente. Libera espressione di un intenso vissuto, rinnovato nella magia sognante della danza che trasforma ogni vibrazione romantica in gesto lieve ed etereo, un sollevamento di membra, quasi un’elegia sospesa tra corpo e spirito. Sulla superficie trasparente del corpo la materia fluida danza, senza disegnare, la curva dell’eros, intenso piacere, puro desiderio, abbraccio percettivo che vibrando, attiva i sensi, genera emozioni, accarezza la pelle dell’universo, l’invisibile rimane sulle labbra della bellezza, unica forma d’espressione nella Voce del Corpo.

di Antonella Iozzo © Produzione riservata
                   (1/06/2009)

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BARRESI
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