Milano celebra il futurismo

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Milano celebra il futurismo
Un’esposizione unica
Con una sezione su Marinetti, vero demiurgo dell’avanguardia

 

Balla_Fuochi_dartifcio_MIlano_4309Milano celebra il futurismo con la mostra “Futurismo 1909 -2009, Velocità Arte Azione”, in corso fino al 7 giugno presso Palazzo Reale. Una vera e propria lettura del mondo in chiave energetica, promossa dal Comune di Milano e prodotta da Palazzo Reale in collaborazione con Skira e Artemisia. Quattrocento opere, di cui circa 240 dipinti, disegni e sculture sfiorano le viscere del vortice creativo, scuotono la forza della natura e del mondo, irrompono prepotentemente nell’essenza psichica e umana. Un flusso vitale che straripa nella letteratura con il  paroliberismo, travolge l’architettura, ridisegna scenografie e costumi teatrali, scuote ogni confine, dalla fotografia ai libri-oggetto, ed arrivare alle arti applicate: è in atto la “ricostruzione futurista dell’universo”, secondo l’idea di Balla e Depero del 1915.

Un’esposizione unica, con una sezione su Marinetti, vero demiurgo dell’avanguardia, oltre i limiti del tempo proprio perché segue gli impulsi del tempo, flettendo, rilasciando e assorbendone gli aneliti più nascosti, un percorso espositivo in soluzione di continuità con la storia e che inizia appunto con l’eredità di fine Ottocento, quando il  divisionismo esplodeva tecnicamente e dilagava su tele, un prezioso lascito accolto da maestri come Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini, tanto che su  Pittura futurista. Manifesto tecnico, scrissero: “Non può sussistere pittura senza divisionismo” e non può sussistere la luce e i suoi effetti senza le opere di Boccioni “Tre donne” e “Il romanzo di una cucitrice” e quella di Balla “La pazza”.

Lungo le sale il futurismo regna sovrano, rivelando se stesso nella dinamicità del mondo, un linguaggio espressivo che non può non entrare come un fiume in piena nella quotidianità e causando disordine ne ordina tutti gli aspetti. Trent’anni di creatività all’interno del Novecento, seguendo l’onda della modernità, un coinvolgimento totale suddiviso per decenni. s’inizia con gli anni Dieci, il periodo più sperimentale, quello in cui le sensazioni straripano dentro, l’inconscio è in fuga dal corpo e la riflessione catalizza l’occhio su “Stati d’animo: Gli addii – Quelli che vanno – Quelli che restano” di Boccioni. Ma gli anni Dieci sono anche quelli in cui  il Cubismo si pone al suo fianco con la sua tensione del segno. Boccioni con “Donna al caffè “ e “Bevitore”, Balla e Carrà, ne interpretano l’estensione, ne amplificano la velocità, con una complicità spaziale che ne rilancia l’effettivo dinamismo, un parossismo ritmico ben calibrato che evince da “I ritmi dell’archetto ( La mano del violista)” di Balla, appunto, del1912, un percorso il suo che nel 1915 giungerà alle soglie dell’astrazione pura.

Dinamismo, velocità, energia, la mostra si abbatte su di noi come un ciclone, il suo impeto dà origine al movimento, un improvviso tumulto interiore, una deflagrazione emozionale dalla quale riceviamo scosse di adrenalina in raffinate giochi di equilibri e architetture formali, sono gli anni Venti. Depero, inaugura il filone dell’arte meccanica, i futuristi torinesi, Fillia, Diulgheroff, Farfa ne sviluppano l’estetica con grande rigore geometrico, piani, linee, diagonali, tensione/emozione, sembrano prendere forma in costruzioni articolate e dalle cromie lucenti, una danza meccanica strutturata dove ogni espressività corrisponde ad un ordine ritmico e dove ogni cadenza è sensualmente equilibrata come nella “Femminilità” o nella “Suonatrice” di Fillia.

In un tripudio di linee e di colori avanza un repertorio di arredi, d’oggetti d’arte decorativa, pubblicità, moda, cinema con un montaggio di spezzoni di film futuristi, e architettura, mirabili i disegni di Sant’Elia e Virgilio Marchi.

Semplicemente spettacolare poi, le scenografie teatrali di Balla per il balletto “Feu d’artifice” di I. Stravinskij, un esplosione di luci per ritmi serrati dall’azione astratta. In fondo ci aspetta l’Aeropittura degli anni Trenta, uno sguardo al di là dell’orizzonte, variazioni prospettiche che rimescolano le regole. I paesaggi visti attraverso l’uomo “volante” cadono a strapiombo nella quotidianità come visioni surreali, futuristiche interpretazioni di una realtà futuribile ritratta da Dottori, Crali, ancora Fillia, e Prampolini che ci trasporta nel polimaterismo, qui la materia viene vissuta dall’opera perché è una realtà cosmica facente parte dell’opera. Materiche presenze entrano in scena, vivono l’opera e ne veicolano la sensibilità interagendo con lo spazio, una comunicazione più che sensoriale messa in atto da Prampolini, in “Intervista con la materia” e trasfigurata poi in “Metamorfosi cosmica”. Un universo in movimento che nella consunzione della sua fiamma lascia tracce iridescenti raccolte da nomi storici del panorama artistico italiano come Fontana, Burri, Schifano, Dorazio, Ieri come oggi profondità, materia, forma, colore.

di Antonella Iozzo © Produzione riservata  
           (09/03/2009)

 

 

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