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Veronica Francione-La verità deformante


Veronica Francione, il figurativo che corrode la forma, l’espressionismo che trattiene l’informe.
Corpi in fuga dalla sostanza, anime dissolte nella materia, elucubrazioni mentali devastate dall’impatto fatale con il reale, vuoto consumato dal silenzio assordante.
E’ la scenografia dalla quale emergono primi piani ravvicinati, tagli di luce netti e precisi, quasi una radiografia dell’anima….

Veronica Francione. La verità deformante
La relazione tra il mondo reale e quello interiormente vissuto è una “second life” che naviga nelle acque instabili dell’identità alla deriva.
Ogni pennellata segna un passaggio da uno stadio sentimentale all’altro

a cura di Antonella Iozzo

Veronica Francione, il figurativo che corrode la forma, l’espressionismo che trattiene l’informe. Corpi in fuga dalla sostanza, anime dissolte nella materia, elucubrazioni mentali devastate dall’impatto fatale con il reale, vuoto consumato dal silenzio assordante. E’ la scenografia dalla quale emergono primi piani ravvicinati, tagli di luce netti e precisi, quasi una radiografia dell’anima, quasi figure umane desunte dal carattere illustrativo o narrativo per trascendere da se stesse ed essere tempesta emozionale nella purezza astratta dell’invisibilità.

L’intera superficie viene subito investita da un fermento pulsionale incandescente carico di amore – odio, gioia – dolore, tensione – calma, sono ritratti che non riproducono la loro immagine ma mettono in immagine ciò che l’essere moderno vede e sente dentro di se e che s’insinua tra l’occhio e la mano della Francione e la sua tela.

Un teatro d’ombre che si trasforma nella visione prolungata del paesaggio interiore, flusso inarrestabile in grado di mostrare Il Vento dell’anima sopra i nostri pensieri, dedalo che attrae, spaventa e rilascia l’odore acre della solitudine, mentre la sofferenza di uno spirito lacerato nella propria inviolabilità sfigura corpi  e volti ripresi con una pennellata violenta e raffinatissima.

La lucida introspezione della Francione ne vira, nella lucentezza delle cromie, spesso fredde, il tormento trattenuto, un tormento razionale, ossidato dal suo stesso effetto, le figure quindi appaiono come forme sensibili della sensazione, ed è nella sensazione che il viaggio del tempo rilascia l’identità dell’io e del mondo, uguali e diversi ai confini con la finzione.

Ogni pennellata segna un passaggio da uno stadio sentimentale all’altro, sogni e contraddizioni del subcosciente invadano, così, lo spazio e stabiliscono una comunicazione fra tratto, forma e colore, è il momento “patico” del gesto nella profondità del ritmo ritrovato, una musica che sfibra la materia per farsi volto nell’unità dei sensi, sintesi espressiva delle figure multisensibili della Francione.

Dentro i protagonisti dell’opera, spazi pieni d’universo, fuori, città vuote di senso, tra le vertebre del soffio vitale, onde e vibrazioni intrisi di memoria pronti ad esplodere sulla tela, sono elaborazioni giocate su uno sfondo impastato con i Fantasmi del passato, l’effetto è una profondità ravvicinata che schiaccia il soggetto contro il nostro sguardo.

Per la Francione interpretazione ed ispirazione sono un viaggio parallelo che conduce tra il corpo delle sensazioni – avvertite, sentite, percepite sulla pelle – e l’istante supremo della loro evoluzione in creatività trattenuta nella forza del tempo dipinto, qui i soggetti, prigionieri delle loro visioni, sentono il rumore del mondo ma rimangono immobili al risveglio della sensibilità suscitata da questa aggressione e attendono all’Orizzonte che il reale pittorico riavvolga le proprie linee ed adempia alla sua funzione catartica.

Ambienti pulsanti restituiscono l’immediatezza del tratto e sul supporto affiora l’inconscio: ombre e frammenti di ricordi, pungenti come schegge impazzite, perforano il tessuto connettivo procurando una disgregazione epiteliale che l’artista restituisce con la lucidità della mente.

La relazione tra il mondo reale e quello interiormente vissuto è una “second life” che naviga nelle acque instabili dell’identità alla deriva, Francione ne analizza gli effetti e gli affetti partendo dalla loro fisicità. Il corpo diviene, quindi, sede del tormento, dell’Ossessione, della malinconia, della percezione dolorante, è la materica espressione di uno stato emozionale convulsivo che riduce l’anima in pezzi discontinui, come coagulati.

Una decostruzione sconcertante: timbri secchi, precisi e puntiti evidenziano mani, occhi, lineamenti crudi, spigolosi, taglienti, una dirompente verità che catalizza il tempo, lo spazio, lo sguardo dello spettatore. Segni indelebili come Foglie Secche, mutamenti del corpo come stadio umano o meglio carnale della coscienza, è questa la trama espressionistica condensata nelle opere di Francione.

Con una gamma cromatica quasi minimale, esenziale, crea la materia vivente dalla quale ha inizio la sintassi sensoriale delle corde più intime, un’implosione vista dal di dentro, una dinamicità ritmica dissonante, ad un passo dalla stratificazione di tragicità partorita dalle delusioni.

E’ come se nelle sue opere si determinasse un improvviso, indomabile “ritorno al represso”, vale a dire il riaffacciarsi di quelle forze telluriche, irrazionali, inconsce ed istintive, solo in apparenza dissolte, perché nella verità dell’Arte costruiscono architetture sonore che rivelano una profonda relazione con lo spazio della tela, luogo abitato dall’anima e luogo dove le emozioni danno vita ad un gioco di luci ed ombre, ad una danza frenetica del gesto, ad una coreografia a tinte fortemente espressive.

Solo così la passione può scivolare nel lirico e restituire alla realtà deforme l’estrema essenza della poesia che, attraversa il corpo e diventa membra, sangue, Arte a contatto con il torbido della vita.

Da questa veridicità nasce una bellezza cristallizzata nel movimento di un cromatismo esasperato e straripante nella tensione del tratto al quale si va ad aggiungere un’emotività che fa vibrare l’intera composizione. I tormenti dell’animo, alterano la figura sulla quale trionfa l’espressione del dolore e nella quale  la paura provoca l’asfissia della speranza.

La quotidianità si sfrange, la forma si stacca dallo sfondo e con un passo in avanti diventa tattile, la Francione sembra attenderla sulla soglia per  darle una nuova coerenza nella volumetria di mani forti, indurite dal segno e dal tempo, mani che cercano, proteggono, intrecciano legami immateriali e cercano di trattenere l’inafferrabilità di una musica lancinante solitaria e silenziosa che scuote la carne e consuma la coscienza in un amplesso arginatosi nelle viscere della terra. Il dialogo tra la materia sensitiva e il segno scopre il giorno e la notte dell’artista, anima contemporanea nel volto del presente futuribile.

Nei suoi lavori l’inquietudine esistenziale aggredisce il colore come un suono stridente raggelatosi nella tensione tra il corpo e lo spirito, ed è subito silenzio intorno a queste figure che urlano la loro presenza, che pongono domande sulla loro entità, che non trovano risposte nella ricerca sfrenata di se stessi, ma solo la certezza di correre attraverso l’Arte, forse per ritrovare l’essenza della realtà o forse per abbandonare il sogno del reale, ormai svanito.

Prospettive inattese stravolgono lo spazio intessuto di drammaticità, sfumature quasi opache e atmosfere quasi plumbee caratterizzano un freddo, impietoso realismo espressivo.
Collisioni mentali, voragini sentimentali: squarci doloranti, lancinanti, strazianti che si riflettono reciprocamente l’uno dentro l’altro come se si appartenessero, l’opera, di conseguenza,  si fa azione scenica mentre sulla superficie il dolore degli altri si agita lontano dal cuore, una sofferenza senza emozione e senza memoria che lascia il suo segno in traiettorie rosso sangue, Graffi, segmenti isolati ed incisivi, quasi gelidi accenti scolpiti dalla Francione nella staticità del silenzio, tutt’intorno l’Ultima luce dell’immenso celebra la  sinfonia dell’
Assenza

di Antonella Iozzo © Produzione riservata
                (29.01.2009)

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