Babayan and Trifonov meet Gábor Takács-Nagy at the Verbier Festival

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Babayan e Trifonov con Schumann, Bach e Mozart compongono materia sonora in un filo sottile e tenace, visibile con gli occhi dell’anima. Nel pathos dello spartito Lawrence Power per Shchedrin Musica che la mirabile padronanza tecnica di Gábor Takács-Nagy rende grazia ad eleganza espressiva ed avvincente.

di Antonella Iozzo

Verbier (CH) – Verbier Festival tra cielo e terra la musica, la grande musica by Verbier Festival. Un Festival che si rinnova di anno in anno, non solo concerti con autorevoli musicisti internazionali, ma formazione, approfondimento, masterclass, focus, dialoghi sonori che tessono il futuro musicale partendo dai giovani musicisti. Dentro la musica, al cuore della cultura musicale nello splendido scenario delle Alpi Svizzere.

Tutte le sfumature della musica, tutte le declinazioni di un Festival che comunica al mondo la sua inafferrabilità nella concretezza di progetti mirati alla crescita e alla formazione.

Tra i grandi direttori che da anni si alternano sul palcoscenico della Salle Des Combins, Gábor Takács-Nagy, spicca per precisione, gestualità ritmica, piglio impeccabile. Alla guida della Verbier Festival Chamber Orchestra, la settimana scorsa ci ha regalato emozioni uniche e superlative.

Il Concerto Dolce per Viola, Orchestra da Camera e Arpa di Rodion Shchedrin ha aperto la serata. Alla Viola, Lawrence Power che nota dopo nota entra nel pathos dello spartito, è un viaggio dentro l’animo, tra le fibre del compositore russo Shchedrin, presente in sala, che guarda alla musica tonale e ne rilascia gli afflati in un orchestrazione colorata ed emozionale. Tecnica e passione si librano dal gesto di Gábor Takács-Nagy, in una sorta di danza che ricade sull’orchestra tesa e attenta ad ogni attacco di Power. Una successione di scansioni ritmiche e cadenze sembra avanzare nella complessità impetuosa di uno spirito contemporaneo quello di Shchedrin che vive in perfetto equilibrio tra evocazioni e presente anteriore. L’orchestra ne segue il flusso quasi rendendo visibile l’invisibile.

Concerto subito seguito dall” Andante e Variazioni per due pianoforti op.46” di Robert Schumann. La grande musica chiama sul palcoscenico due maestri di pianoforte che con il loro stile, la loro personalità, il loro talento hanno regalato in tutto il mondo il calore universale dell’inafferrabile: Sergei Babayan e Daniil Trifonov.

L’intensità emotiva di Babayan, la sua audace energia, sapientemente modulata nelle diverse nuance, e il tocco leggero e profondo, sottile e garbato, dialogano con Daniil Trifonov, semplicemente espressività che trionfa e rilascia la passionalità latente di un input virtuoso e calibrato. Robert Schumann improvvisamente rivela la sua profondità musicale, il fraseggio perfettamente armonioso di Babayan e Trifonov, insieme al loro geniale virtuosismo sfiora i tasti dei due pianoforti ed è come se un’aurea di rarefazione è poesia componesse una coreografia sensitiva che gratifica i sensi.

La prima parte si conclude con il Concerto per due pianoforti in C minor BWV 1062, di Johann Sebastian Bach. Sul podio sempre Gábor Takács-Nagy solisti ancora una volta Sergei Babayan e Daniil Trifonov ed è l’Assoluto. Il Concerto per due violini di Bach adattato per due tastiere nel 1736 è un inno all’armonia, all’equilibrio, alla bellezza che sa rilasciare serenità, soprattutto quando suonano all’unisono ed è come se la stessa voce si elevasse nella profondità del cielo per un velluto sonoro che abbraccia l’immenso. Tutta la creatività, limpida, di Bach la sua felicità intelligente, consapevole e un po’ enigmatica in un crescendo di bravura pianistica e orchestrale. Il gesto di Gábor Takács-Nagy, esprime nel profondo i valori di tale musicalità assecondando l’intimità e l’acutezza che tale suono richiede.

Seconda parte interamente dedicata al Concerto per due pianoforti in mi bemolle maggiore K. 365 di Wolfgang Amadeus Mozart, nei tempi Allegro, Andante, Rondò.

Composto nel marzo 1779 a Salisburgo, dopo il trasferimento a Vienna, Mozart aggiunge clarinetti, trombe e timpani. Freschezza mozartiana che vibra come un nastro di luce, dialoghi preziosi e ricchi di pathos tra i due solisti e fra questi e l’orchestra. Dialogo fra i due pianoforti vivacissimo e ricco di fantasia, che conquista subito il pubblico.

È l’orchestra a tessere il fondale per i due pianisti che fanno la loro entrata con un trillo all’unisono, proseguono riprendendo il tema dell’orchestra, arricchendolo. Sergei Babayan e Daniil Trifonov divengono così i protagonisti indiscussi tenendo sempre l’attenzione del pubblico all’apice, intrecciando, dialogando, imprimendo sempre nuovi motivi.

Il successivo Andante ha la stessa atmosfera serena dell’Allegro, ma con un’inflessione più meditativa. E come se le vibrazioni emozionali entrassero in gioco creando un’aurea di quiete musicale che i due pianisti riprendono in un feeling con l’orchestra, raggiungendo un grado di estensione massima con gli oboi. Quasi meditazione, quasi riflessione sul perimetro della malinconia.

Nel Rondò finale, l’orchestra avanza con carattere e grazia offrendo un maggiore sviluppo dei temi. Il tono di fondo è gioioso, tipico di tutti i rondò, ma meno festoso, è come se la serenità fosse sottolineata da un’aura lievemente malinconica di un congedo. Ecco allora che il tocco agile e scorrevole di Babayan e Trifonov compongono materia sonora in un filo sottile e tenace visibile con gli occhi dell’anima. Musica che la mirabile padronanza tecnica di Gábor Takács-Nagy rende grazia ad eleganza espressiva ed avvincente.

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di Antonella Iozzo ©Riproduzione riservata
                  (25/07/2019)

 

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