Domingo gran Postino

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Placido Domingo gran “Postino” dedicato a Troisi

Il tenore nella parte di Neruda giganteggia e gigioneggia in scena

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Parigi – Inversione dei rapporti di forza: all’inizio del Novecento, era il cinema a rifare il melodramma; all’inizio del Duemila, arriva l’opera tratta dal film. Come “Il postino” del messicano d’America Daniel Catan, debuttò a Los Angeles l’anno scorso, poi a Vienna e adesso a Parigi, ispirata al film di Michael Radford ( a sua volta tratto da un romanzo di Antonio Skarmeta) che per noi italiani resta soprattutto l’ultimo film di Massimo Troisi.

Fra la prima assoluta e quella francese , Catan è scomparso all’improvviso, a soli 62 anni: le attuali recite allo Chatelet gli sono dedicate e si svolgono in un’atmosfera un po’ particolare.

“De mortuis nihil nisi bonum, certo. Però questo “Postino” esemplifica al meglio il peggio del dilemma in cui si dibattono troppi musicisti contemporanei. Perché  è legittimo e forse anche giusto teorizzare che non si può continuare a comporre musica che il pubblico non riesce a capire, però o si ha un linguaggio davvero personale o si finisce per riscrivere musica già scritta. E allora, puntualmente, una descrizione “à la Sebussy” del mare risulta fatalmente meno riuscita de “La mer “vera””, e a una romanza pucciniana con il climax sull’acuto e i violini che raddoppiano la voce resta preferibile un Puccini di prima mano.

Dopo questo, “Il postino” in teatro funziona abbastanza bene, con qualche lungaggine ma un finale assai riuscito; l’invenzione melodica di Catan è intermittente ma l’orchestrazione sempre raffinata ( e sprecata per la modesta Orchestre Symphonique de Navarre che suona a Parigi, peraltro ben diretta da Jean Yves Ossonce).

L’attenzione inutile dirlo, è tutta per Placido Domingo, che ovviamente fa la parte di Pablo Neruda che nel film era di Philippe Noiret. A 70 anni ufficiali ( quanti siano quelli veri è il mistero di Fatima dell’opera), Domingo canta a lungo, balla il tango, giganteggia e gigioneggia e, insomma, ci crede. La voce, pur accorciata e rinsecchita, è incredibilmente erma e non “sballa” per nulla, il che, dopo mezzo secolo di carriera, costituisce il trionfo dell’arte sulla natura. Per fortuna che per i soloni della sociologia italiana e i loro attuali patetici replicanti Domingo era uno che non sapeva cantare…

E’ bravissimo anche il giovin tenore Charles Castronovo appunto il postino Mario Ruoppolo, che ricorda un po’ Troisi nel fisico nodoso e molto il Domingo degli inizi nella voce. Sua moglie è Amanda Squitieri, carina ma meno bombastica della Cucinota ( e con qualche problema a controllare un registro acuto che va per conto suo); quella di Neruda, Matilde, è Cristina Gallardo- Domas, che resta in topless mentre Placidone suo, marpionissimo, la spoglia Cantandole La prima aria d’amore.

Spettacolo semplice, pratico, didascalico ma non rinunciatario di Ron Daniels: per un’opera nuova, giusto così. L’Italia degli Anni Cinquanta è evocata con gusto da qualche poster cinematografico del nostro favore neorealismo. Alla fine, applausi per tutti e l’attesa apoteosi per il Plassy evergreen.

  

 

 

       di Alberto Mattioli
Corrispondente da Parigi La Stampa

        (26.06.2011)

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