Flashback di un’Illusione memorabile

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L’anno del Teatro “ La costa dell’Utopia” coraggio memorabile.
 Nove ore di spettacolo sul testo fluviale di Tom Stoppard che racconta la nascita del pensiero radicale in Russia.

di Masolino D’Amico
La-costa-utopiaRoma – In un’annata piena di difficoltà com’è stata quella passata penso sia meglio segnalare, piuttosto che un piccolo spettacolo perfetto come “Rosso” regia di Ferdinando Bruni, uno opinabile ma grandioso, ambizioso,generoso come “La costa dell’Utopia”, regia di Marco Tullio Giordana. Sbarazziamoci subito dei difetti di quest’ultimo ( per Shakespeare il critico è uno che solo di difetti si occupa, e si chiama Iago): ragioni organizzative resero impossibile ascoltare le tre commedie che compongono il maxitesto non dico in un giorno solo, ma nemmeno in tre giorni di fila ( a Torino andarono in scena una ogni due giorni, a Roma, una alla settimana); gli attori, numerosissimi e pieni di buona volontà, mancavano per la maggior parte di peso e spesso risultavano, per quanto corretti, un po’ anonimi, mentre la natura del lavoro chiedeva di caratterizzare i tanti personaggi rapidamente e autorevolmente( la solida prestazione di un interprete come Luca Lazzareschi fu ahimè l’eccezione che ribadisce la regola); lo sviluppo della storia, che l’autore non aveva concepito in modo lineare, ma soprattutto nella prima parte, con dei salti indietro nel tempo, non fu sempre aiutato dalla regia, per cui i flashback n on andavano sottolineati. Un tale annuncia di voler lasciare l’esercito, ma poi si ripresenta in divisa: come capire che questo accade nel prima e non nel dopo?

Pur con tali riserve, l’evento è stato memorabile. In nove ore complessive e mediante una serie di brevi episodi, il fluviale testo di Tom Stoppard si propone di raccontare nientemeno che la nascita e l’affermazione del pensiero radicale della Russia prerivoluzionaria(1833-1866) attraverso le vicissitudini di un gruppo di giovani idealisti che si chiamano Herzen, Belinski,Bakunin, Turgenev, quest’ultimo più testimone che protagonista. Il superplay debuttò a Londra nel 2002 e negli anni seguenti fu riallestito a New York e poi anche a Mosca e in Giappone, sempre in circostanze straordinarie; proprio in Italia in un tempo di crisi, e senza nemmeno poter contare sulla familiarità degli spettatori con i personaggi e col periodo, è stato certamente un atto di grande coraggio, del quale fa piacere constatare l’esito ampiamente positivo.

Naturalmente il coraggio da solo non sarebbe bastato, ci sono entrate anche l’energia e l’intelligenza con cui l’operazione è stata condotta, a partire dalla collocazione in una scenografia semplice ma adeguata, e talvolta ispirata, con sobri costumi di ottimo gusto. L’allestimento ha badato al sodo, vale a dire al ritmo e all’efficienza; e gli attori, pur nei limiti di cui si diceva e che sono i limiti della gioventù, trasmettevano quell’orgoglio di èquipe che è la base fondamentale di ogni avvenimento teatrale degno di questo nome. Più che dalla curiosità per figurette sopravviventi ormai solo come frammenti di una splendida stagione di illusioni e speranze, e più della soddisfazione agonistica di avere superato una prova eccezionalmente( analoga alla soddisfazione di coloro che fanno ore di fila nelle intemperie per accedere a una mostra prestigiosa), il pubblico ha dunque apprezzato, e parecchio, proprio la voglia di rimboccarsi le maniche e di faticare tutti insieme,a allegramente, per costruire qualcosa di importante malgrado le contingenze negative, che tutta l’operazione riusciva a trasmettere.

di Masolino D’Amico
  (02.01.2013)
La Stampa

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