L’Orchestra Haydn con Lacey e Sokolov

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L’interpretazione dell’orchestra è coerente, il direttore senza eccessivi slanci ne segue il feeling emozionale

 di Antonella Iozzo

Orchestra-Haydn-William-Lacey-Valeriy-SokolovTrento – William Lacey, sul podio dell’Orchestra Haydn per il concerto di mercoledì scorso all’Auditorium S. Chiara di Trento. Apertura affidata alla musica di Nicola Campogrande “Magia Nera”, opera commissionata dall’Orchestra Haydn e ispirata a “La magie noire” di Renè Magritte. Dalla tela alla musica la visone surrealista amplifica il mistero, l’enigma, la traslazione del pensiero in visioni. Donna etera e corporea, celeste e terrena, dalla mente di Magritte a quella di Campogrande per atmosfere sospese, nuances armoniche e gravi accordi che amplificano l’intimo surreale che vibra in noi. L’orchestra esegue senza particolare trasporto e lasci all’ascoltatore il compito di varcare la soglia delle suggestioni. Si prosegue con la Suite per orchestra n. 2, op. 4 di Béla Bartók nella quale è evidente la crisi che ancora animava lo spirito di Bartók, un pessimismo venato di lucidità che preannunciava un cambiamento, poi avvenuto grazie all’impressionismo francese e di Debussy. Venti nuovi che si sfrangiavano nell’animo di Bartók e che s’intuiscono nella Suite op. 4, che mostra un carattere di moderazione espressiva scoperta e un accento molto riflessivo e temperato, sin dal primo movimento “comodo”, l’orchestra leggera avanza sospinta dagli archi, è un richiamo intimo al quale ben presto si uniscono i fiati. La personalità complessa di Béla Bartók emerge da soluzioni sonore innovative che permeano anche questa suite. L’interpretazione dell’orchestra è coerente, il direttore senza eccessivi slanci ne segue il feeling emozionale. Profondo il lirismo del clarinetto nell’Andante che lascia intuire le corde fascinose del carisma di Bartók. L’evocazione è sommessa, tiepida, tutto rimane sottovoce come se le sensazioni e la complessità intrinseca della suite non trovassero una giusta corrispondenza.
Seconda parte interamente dedicata al Concerto per violino e orchestra in re maggiore, op. 61 di Ludwig van Beethoven, solista Valeriy Sokolov. Talento ucraino dalla carriera internazionale, numerose, infatti le sue esibizioni con note orchestre come la City of Birmingham Symphony Orchestra, l’Orchestre National de Bordeaux Aquitaine, la Chamber Orchestra of Europe, la NDR-Radiophilharmonie di Hannover, la Philharmonia Orchestra di Londra, l’Orchestre National de France di Parigi e l’Orchestre de Paris, solo per citarne alcune. Sicurezza, abilità tecnica, espressività, sono i punti cardini dell’interpretazione di mercoledì scorso.
Il Concerto in re maggiore è la prima composizione per violino e orchestra del compositore, probabilmente composto per esaudire la richiesta di un solista di prestigio, il violinista Franz Clement. Fraseggio levigato ed elegante che, pur richiedendo un alto cimento tecnico, poco concede al virtuosismo puro, l’ascoltatore di conseguenza e più coinvolto che stupito.
Valeriy Sokolov riesce a stabilire con l’orchestra una sorta d’intima complicità e la pastosità timbrica la cesella morbidamente fino alla cadenza che conclude il primo movimento. Lunga, sostenuta, esprime tutta l’abilità di Sokolov molto coinvolto emotivamente. Il tema e variazioni del secondo movimento viene diretto da Lacey in modo molto tranquillo, l’orchestra attenta ne segue la linea con semplicità lasciando a Sokolov la poesia fino agli energici accordi che introducono una incisiva cadenza del violino che conduce direttamente al Finale. Un Rondò che costituisce la pagina più brillante della partitura; Sokolov fra trilli, scale e arpeggi, riesce a far emergere la sua vena virtuosistica che subito si accorda con la vocazione lirica e sublimata del concerto beethoveniano.
Il pubblico apprezza e applaude soddisfatto mentre sul palcoscenico solista, direttore e orchestra rilascino le ultime note.

di Antonella Iozzo ©Riproduzione riservata
                  (06/12/2013)
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