L’ottava di Bruckner nel gesto di Zubin Mehta

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La musica si vede, si sente, si tocca nella profonda interpretazione dei Wiener al Musikverein di Vienna
Meraviglie invisibili partorite da un genio, quale Bruckner, e rese profonde e lancinanti riflessioni musicali

di Antonella Iozzo 

wienerVienna – In un decrescente freddo di fine inverno la Musica risplende di se stessa e riscalda l’anima con l’invisibile essenza della sua sublime bellezza. Ci troviamo nella prestigiosa Wiener Musikverein sede dei Wiener Philharmoniker che diretti da Zubin Mehta ci hanno ammaliato e sedotto con una superba interpretazione della Sinfonia nr. 8 in do minore di Anton Bruckner. Il concerto si è tenuto nella Großer Saal la famosissima sala, dall’acustica perfetta, dalla quale viene trasmesso il concerto di capodanno.

L’Ottava Sinfonia, la più vasta ed ambiziosa opera concepita da Bruckner, si apre con un Allegro moderato. Sommessamente ed elegantemente i bassi, sotto un tremolo di violini, enunciano un tema fosco e minaccioso in cui il tormento è reso quasi visibile dalle pause, un contrasto che si accentua ancor più quando l’intera orchestra irrompe con violenza, l’atmosfera, di conseguenza, è tesa ed irrequieta come se una vibrazione quasi ancestrale si animasse nei silenzi scoprendo una lotta sotterranea

La gestualità direttoriale di Mehta si rivela la guida di una lettura approfondita che scandisce ed evidenzia questo incredibile affresco narrativo fatto di suoni e di colori, dove i crescendo acquisiscono la forma di veri cataclismi e dove i respiri di una pace ritrovata, sono vissuti con il massimo trasporto lasciando lo spettatore esterrefatto. I Wiener srotolano con estrema perfezione e naturalezza la componente lirica del secondo tema che intensifica la crescente tensione. La musica si vede, si sente, si tocca in un impalpabile sussulto che pulsa nella Großer Saal.
Mehta sembra trasformare ogni segno di questa complessa partitura in una musica libera che si libra nell’aria attraverso l’alta abilità tecnica ed interpretativa dell’orchestra, e ci si rende conto di non essere di fronte ad uno dei tanti concerti sinfonici ma di vivere un momento artistico irripetibile, unico, da seguire fino in fondo.

Meraviglie invisibili partorite da un genio, quale Bruckner, e rese profonde e lancinanti riflessioni musicali dai Wiener in un concitato terzo tema, in cui l’aspro impasto timbrico è coadiuvato con raffinatezza, mentre la tessitura di ardite dissonanze è magnetica attrazione.

Sia il direttore che l’orchestra sembra abbiano l’incredibile capacità di saper scavare e far emergere particolari ed elementi in grado di rendercela nuova con assoluta naturalità. Lo leggiamo sui volti dei musicisti, dove appare evidente la loro completa adesione verso un’interpretazione che sprigiona emozioni, il suo senso avvincente e l’afflato denso di dolore e di rassegnazione. È un’eruzione che esplode verso la conclusione del primo movimento, dove tremore e tensione palpabile rilasciati dalla semplice profondità comunicativa dalla musica.

A mano a mano che si procede nell’ascolto del concerto, le dimensioni temporali scompaiono, proprio perché l’interpretazione intensa e unica di Mehta e dei Wiener Philharmoniker riesce a far dimenticare il contesto circostante. Si rimane coinvolti da una dimensione spirituale unica e inaspettata.

Il carattere fantasioso dello Scherzo è pura poesia naturalistica con le linee discendenti dei violini che morbidamente “cantano”sul motivo disteso delle viole, mentre i richiami lamentosi e sperduti dei corni dalla perfetta intonazione attendono più avanti il suono bandistico degli ottoni. È un paesaggio silvestre che prende forma nel gioco misterioso di echi rarefatti e spezzati. Solitudine, passione, rassegnazione e speranza impregnano il grande Adagio. Un incontro nella spiritualità delle lunghe volute melodiche degli archi, nella timbrica incupita dagli ottoni, accresciuti dalle tube espressioni liricamente violente e drammatiche capaci di condurre il discorso, sempre più lussureggiante, verso scansioni prepotenti ed imperiose. Forse proprio in questo movimento quello che ci colpisce è il livello di profondità e di scavo con il quale Mheta dimostra non solo di possedere questa partitura, ma di farcela assaporare con grande passione e un’umanità.

Non dimentichiamo che l’Ottava di Bruckner è stata considerata dai musicologi come una delle vette dell’essere cattolico e credente dell’autore, e Mheta riesce a dare vita alla profondità di queste pagine musicali, a far emergere il lato spirituale, il lato non visibile ma percepibile di un’espressione artistica che va al di là della semplice esecuzione perfetta. L’enorme Finale è un imponente movimento, un ampio poema dalla dimensione universale. Sin dalle prime pagine dell’apertura imperiosa, le tinte fosche e trionfali sono smorzate da un preciso controllo delle dinamiche sonore per collegare la fase preparatoria alla sezione successiva, quella del dispiegamento di tutti gli archi. È una vera e propria fase di transizione che conduce verso l’alternanza di momenti di apparente giubilo ad altri più scuri, lancinanti privi di speranza per il futuro.

Forza, potenza, implosione incandescente, l’impatto sui di noi è tremendo, sono pagine musicali che lasciano un’impronta particolare, che ci pongono in un atteggiamento di riflessione, di ricerca, di preghiera. Una sinfonia con la capacità di parlare giungere negli anfratti più segreti del cuore dell’uomo, di sapergli comunicare la profondità della fede in Dio vissuta da Bruckner con senso della condivisione. L’interpretazione di Mehta e dei Wiener Philharmoniker si trasforma in una profonda meditazione sulle domande interiori, sul senso dell’esistenza, delle nostre fragilità. E’ musica che trionfa nell’anima e sfolgora la vorticosa espressione universale

Il risultato è stato un concerto incredibile ed il pubblico pienamente soddisfatto ha lungamente applaudito i mirabili Wiener e richiamato più volte Zubin Mehta. Un’esperienza capace di risvegliare la coscienza e scuotere le membra.

di Antonella Iozzo © Riproduzione riservata
                 (20.03.2013)
Photo: Richard Schuster
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