Lucerna Festival

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Lucerna Festival: Nelsons, Birmingham Synphony, Grubinger



Tripudio di applausi da parte di un pubblico sofisticato
dal quale orchestra e direttore  si congedano con un bis di Puccini
 

  

 

grubingerLucerna – Sul podio del Lucerna Festival un energico Andris Nelsons, dall’agilità invidiabile e raffinata, conduce, grazie a un invisibile magnetismola City Birmingham Synphony Orchestra dentro le profondità del sinfonismo, sorridente semplicità, ma anche infuocata intensità. Il concerto inizia con il Prelude dell’ “Lohengrin”di Richard Wagner, gli archi creano nel modo più silenzioso possibile un’atmosfera d’impercettibile grazia, salendo lentamente, gradatamente fino a giungere allo splendore della luce wagneriana per poi ricondurci all’invisibile iniziale.

Nella direzione di Nelsons anima e mente, ritmo e dinamismo. Passione e ragione che proietta, distende e amalgama sull’orchestra per poi incendiare il palcoscenico con il secondo brano in programma “Frozen in Time”, concerto per percussioni e orchestra di Avner Dorman, giovane compositore nato a Tel Avivi nel 1975,  lavoro del 2007 e qui presentato in prima svizzera, solista, il giovane travolgente percussionista Martin Grubinger.
 

Frozen in Time: suoni armonici, tensione estrema verso le sottigliezze della gamma dinamica e timbrica, spartito che raggiunge la più suggestiva combinazione di jazz e musica etnica con una rigorosa costruzione compositiva capace di mantenere il senso di eccitazione e di spontaneità di solito associati a questo tipo di musica.

Un separé di plexiglas separa Grubinger dall’orchestra che rispondeva e accompagnava la sua esecuzione con un vorticoso, mordace, liquescente magma sonoro pronto a irrompere sull’urlo dalla batteria. Marimba, xilofono, campanacci e una varietà di tamburi, come voci delle diverse culture e delle diverse tradizioni, da quella africana a quella americana, dall’asiatica all’europea, accordi e variazioni congelate nel tempo… “Frozen in time”. Jazz sincopato, grooves, ritmi indiani e stilemi americani, quindi si ripercorrono nei tre tempi mentre nelle cadenze le influenze culturali entrano in contatto con una latente tensione di fondo che infiamma il tessuto sonoro. Virtuosismo, attrazione magnetica tra le bacchette e lo stesso Grubinger, tempesta di micro particelle musicale che come meteore si abbattono sulle percussioni poi smaterializzate ricadono sull’orchestra e sul pubblico che al termine dell’esecuzione esplode in una più che meritata standing ovation. Grubinger ringrazia concedendoci un assolo mozzafiato su tamburo, più che musica, pulsione e pulsazioni portate all’estremo del movimento non solo musicale.

 La CBSO dispiega le sue qualità senza risparmiarsi ed al sussurrato dei pianissimi contrappone la pienezza di un suono sontuoso con la Sinfonia n. 6 in B minor, op. 74 “Pathétique” di Pyotr Il’yich Tchaikovsky. Sofferenza appassionata più che sfumata con un Nelsons molto carismatico e vivo. La compiacenza liquida dei legni incontra gli ottoni, la cui intensità non stava nei volumi del suono quanto nella carica che il tema riusciva a trasmettere con la sua quasi tenerezza; fiera poi la marcia sul finale, eseguita senza inutili indugi e appesantimenti. Sicuramente perdonabile qualche lieve imprecisione dell’insieme orchestrale, ma la generosità espressiva di Nelsons ha navigato tranquilla nei vari movimenti fino a portare l’orchestra nell’allegro molto vivace del terzo movimento, un delirio placatosi nell’adagio lamentoso finale, quietamente indagato, musicalmente meditato.
Tripudio di applausi da parte di un pubblico sofisticato dal quale orchestra e direttore si congedano con un bis di Puccini.

di Antonella Iozzo © Produzione riservata
19/08/2010

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