Maria Stuarda al Met

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Donizetti “Maria Stuarda”, interpreti: Joyce Di Donato, Elza va den Heever, Matthew Polenzani
Direttore: Maurizio Benini , Regia: David McVicar -Opera: Metropolitan .
Notevole il talento della DiDonato: trilli, roulades, scalette cromatiche ascendenti e discendenti sono al totale servizio del personaggio;questo è autentico bel canto.  

di Robert Levine
 
MariastuardaNew York – Arriva finalmente al Met la Maria Stuarda, opera donizettiana del 1834 tratta da un dramma di Schiller. La sua scena madre è lo scontro fra Elisabetta d’Inghilterra e Maria Stuart regina di Scozia, in cui le due donne sovrane s’insultano a vicenda e Maria finisce per chiamare la rivale “meretrice” e “vil bastarda”. Questo litigio ebbe forse luogo solo nella fantasia di Schiller e di Donizetti, ma non pare inverosimile.
Per una coppia di soprani ( o per un soprano e mezzo-soprano) è una gran ribalta; di fatto nel 1834 le due cantanti si accapigliano alla prima prova. Elisabetta sferrò un pugni in faccia e al petto di Maria, e questa reagì scaraventandola per terra.
Il regista Davi McVicar ha ben delineato i personaggi, assecondando l’idealizzazione di Maria voluta dal soggettista e dal compositore. Costei che non era certo un agnellino indifeso sotto il tallone di ferro dell’odiosa collega e cugina, anzi complottava per detronizzarla.
Oltre la loro romanzesca rivalità amorosa per il conte di Leicester, il nucleo del loro odio reciproco stava nella contesa fra le Chiese cattoliche e anglicana, e qui la cattolica Maria poteva contare sulle simpatie del pubblico italiano ottocentesco. Sulla scena vediamo una Maria graziosa ed amabile, mentre Elisabetta, goffa e troppo truccata, ringhia e minaccia; dunque tutto in ordine McVicar punta il riflettore sulle protagoniste, che a loro volta si rapportano puntualmente.

Per fortuna l’allestimento non è attualizzato né altrimenti manomesso, e la regia funziona a dovere fra le scenografie storiche di John McFarlane. La scena iniziale sfoggia una festa a base di acrobati e mangiafuoco, ma le pareti e i soffitti disardoni sono di un inquietante rosso-sangue; la scena del litigio è ambientata all’aperto, con alberi spogli e cielo grigio.
Nel finale domina una lunga scala che conduce al ceppo del supplizio e tutti i personaggi vestono di nero. Mentre la guidano verso il boia, Maria lascia cadere la sopravveste rivelando un abito rosso-sangue.
Evitiamo paragoni con le Marie di recente memoria. Caballè, Sills, DiDonato è una Maria su scala assai diversa; tanto per cominciare è un mezzosoprano. Accantoniamo pure i problemi di tonalità e trasposizione ( la Maria prescelta da Donizetti, un soprano, non cantò mai la parte per divieto della censura; la Malibran, che lo fece, aveva una voce più grave della tessitura originale e il compositore l’abbassò a suo beneficio). Invece la DiDonato non emerge con vera potenza nei concertati – quando ci prova, il tono si fa alquanto fibroso- ed è piccola di statura. Con Mc Vicar ha saggiamente scelto il registro della devozione e dell’ansia : gesti ridotti, pianissimi ammalianti. Eppure nella scena del litigio ha statura sufficiente per tener testa ad Elisabetta, la quale torreggia su di lei e indossa tanti di quei broccati da sembrare una coppia di gemelli siamesi.

Notevole il talento della DiDonato: trilli, roulades, scalette cromatiche ascendenti e discendenti solo al totale servizio del personaggio; questo è autentico bel cnato. La sua lunga scena finale è una gran maratona vocalteatrale.
La trentatreenne soprano sudafricana Elza van den Heever, debuttante al Met nel ruolo di Elisabetta, è altrettanto immersa nel personaggio: lunatica, bizzarra e gelosa. Voce non bellissima ma solida, e uguale capacità di dare un senso alla coloratura acrobatica. Manca di forza nell’ottava bassa, anche per colpa di un ruolo scritto con poca grazia che sottolinea questo suo limite.
Impegnatissimo il tenore Matthew Polenzani come Leicester, un ruolo centrato sul passaggio- il che ne ostacola la resa vocale e drammatica. Ma Polenzani, aiutato dai tempi alquanto lenti del direttore, dà fiato a tutti i registri, e a Leicester non disdice affatto un certo pianto nella voce.
La figura consolatrice del confessore Talbot e quella dell’astuto politico Cecil sono ben incarnate da Matthew Rose e Joshua Hopkins.

La direzione di Benini manca a tratti di fuoco: le stupende melodie donizettiane emergono a meraviglia, ma i tempi talora si allen ano, e certe scene ( tipo la confessione di maria) sono povere di concitazione. Ad ogni modo il Met ha trovato un asso nella manica e il pubblico va in delirio.

   di Robert Levine
Traduzione Carlo Vitali
ClassicaVoice
(07.03.2013)
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