Alessandra Veronesi, passione sommelier

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Per me non è un lavoro ma la mia passione che implica una competenza altamente professionale e a tutto tondo in un ristorante come l’Acanto Principe di Savoia. Amo molto il Barolo, ma anche l’Amarone, sono vini di fascino, come il Pinot Nero di Madame Leroy.
di Antonella Iozzo

Alessandra-VeronesiMilano – Alessandra Veronesi brillante e solare Sommelier del Ristorante Acanto, Principe di Savoia, con una competenza straordinaria e un’eleganza del gesto non comuni, suggerisce senza definire il vino perfetto. Un’emozione in bottiglia che suggella ogni portata, ogni incontro, una passione che coincide con la sua vita, una vita che rilascia il profumo della … passione Sommelier.
Universo vino, quando entra nella sua vita e come diviene un lavoro?
Entra nella mia vita fin da piccola in modo molto normale e naturale, provenendo dal veronese, una zona ad alta densità vinicola, ed essendo i miei genitori proprietari di un ristorante – enoteca. Inizialmente, però, quando ancora frequentavo le scuole medie, non ero entusiasta d’intraprendere un percorso che portava anche me a lavorare nel week end. Poi, ho scoperto il mondo dei distillati attraverso quattro corsi e un paio di concorsi per barman della Martini Gran Prix, dove mi sono qualificata molto bene. La borsistica prevedeva una sezione vini, soprattutto dei rifermentati in bottiglia, quindi spumanti e champagne, era un mondo che mi affascinava tanto quanto i distillati e iniziai a frequentare corsi di Sommelier avvicinandomi all’ONAV. Lentamente tutto ciò si è tramutato in lavoro, ma per me non è un lavoro ma la mia passione, ed essendo una passione la porto con me anche in vacanza. Non organizzo mai le miei ferie, infatti, senza qualche cantina da visitare, ma anche quando mi reco alle fiere come l’Vinexpo o ProWien, faccio in modo di trovare il tempo per andare in qualche Azienda.
Sommelier in un ristorante di prestigio come l’Acanto, cosa implica in termini professionali?
Conoscenza della materia prima al millesimo. Di ogni etichetta si deve essere capaci di delineare un ritratto preciso e autentico attraverso la storia del prodotto e della Famiglia stessa, le grandi aziende hanno sempre una storia da raccontare, precisando se qualche annata è stata saltata. Poi, si deve essere esperti anche delle bevande nervine, the e caffè, e del mondo dei distillati. Ci deve essere un filo conduttore tra la scelta, la messa in carta e lo studio del cliente, avere un buon rapporto con lo chef perché ovviamente si deve creare una sorta di corrispondenza con i vini, bisogna seguire il budget e il mercato, che sta venendo fuori dalla crisi, ma è ancora in sofferenza. Insomma una competenza altamente professionale e a tutto tondo.
Un abbinamento sbagliato cosa comporta?
Puoi rovinare una serata a un cliente. Se ho sbagliato un abbinamento ho sbagliato il mio lavoro.
Vino italiano e gusto internazionale
Il vino italiano in un ristorante prestigioso deve essere almeno il sessanta per cento della carta. Il gusto internazionale direi che si divide in due macro categorie: l’Est Europa, quindi Russia, Ucraina, Azerbaigian ecc. prediligono vini rossi di corpo, tannici, robusti. Tutto quello che è Supertuscan come Ornellaia, Guido Alberto, Sassicaia, Masseto, grandi vini italiani, piacciano ma freschi d’annata, non scendono mai sotto il 2005. Il Nord Europa, invece, insieme agli Stati Uniti e all’Australia cerca la finezza, perciò tanto Piemonte vecchio e se scelgono la Toscana deve essere vintage, di fascino, il 2001, il 98’.
Quanto è esigente il cliente e quanto è realmente preparato?
Anche qui bisogna fare dei distinguo, il Nord Europa è molto preparato, ha più conoscenza dell’annata e del produttore. L’Est Europa segue per lo più l’aroma, il richiamo del nome famoso.
Qualche etichetta rara tra la vostra Carta Vini?
Molto rare potrebbero essere: l’“Urlo” di Garbole, un’azienda del veronese che ha recuperato 5 vitigni antichissimi e quasi scomparsi tra cui il “Segreta”, è stato prodotto in limited edition solo 1500 bottiglie per l’annata 2008. Un’altra rarità che noi condividiamo in esclusiva con l’Enoteca Pinchiorri di Firenze è il Blen Toscano della Famiglia Moretti, Tenuta Sette Ponti, la cui bottiglia in formato magnum, è vestita di platino e oro dal famoso stilista Stefano Ricci, un’altra perla è il “Giulio Ferrari” in Limited Edition, un 95’ sboccatura 2012.
Il vino che aiuta a riflettere e quello che pericolosamente rivela se stessi?
Per me il vino che ci rivela, perché non smetteresti mai di berlo, è il Franciacorta, soprattutto, se è un Saten. Quello che scivola nella riflessione è il Barolo, io ne sono innamorata, lo propongo sempre. Considero il Nebbiolo, il re dei vitigni italiani, ma anche l’Amarone, sono vini di fascino, senza dimenticare il Pinot Nero di Madame Leroy, semplicemente, senza tempo, infatti, Lei dice sempre: “se non hai tempo non aprire una mia bottiglia”.
Vino preferito?
Non lo posso dire, ma posso dire tre vitigni di cui non posso fare a meno, anche se rischio di ripetermi, Nebbiolo, Pinot nero e Chardonnay, e poi l’Amarone che è il mio vino del cuore.
Se dico vino vs Alessandra e Alessandra vs il piacere di vivere?
Ho molto rispetto del vino, mi ha dato tanto, sia a livello professionale che umano. Tre quarti delle mie amicizie provengono del mondo del vino. Sono produttori, colleghi ecc. con i quali ho sviluppato legami profondi, oserei dire familiari prendendo spesso parte a feste e ricorrenze private.
Quanto wine style c’è in lei?
Tutta la mia vita
Il vino per Lei cosa rappresenta?
Tutta la mia vita … non è insistenza ma consistenza di una passione.

di Antonella Iozzo ©Riproduzione riservata
                  (14/07/2014)

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