L’Italienne de Paris

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Leonor Fini,  l’Italienne de Paris, al Museo Revoltella
Diva dal pennello diabolico, artista sconsacrata dalla critica dell’epoca, femme fatal degli eventi mondani

 

Leonor_Fini_AutoritrattoTrieste – Trieste ricorda Leonor Fini con la mostra “Leonor Fini L’Italienne de Paris” allestita presso il Museo Revoltella fino al 27 settembre 2009.  A più da un decennio dalla morte (Buenos Aires, 1907-Parigi, 1996), Leonor ritorna sulla scena triestina dove trascorse i primi vent’anni della sua vita (1907-1996), con un’importantissima mostra che ripropone il suo itinerario artistico indagandone il più approfonditamente possibile i vari aspetti. Numerosi prestatori internazionali privati e pubblici comela Guggenheim Collectionla Galleria d’arte moderna di Ferrara,la Galleria Nazionale d’arte moderna e il Museo Praz di Roma,la Camera dei Deputati e altri ancora per un totale di oltre 250 opere tra dipinti, disegni stampe, una serie di libri illustrati e un ampio corredo di documenti costituito da lettere e fotografie, un vasto repertorio che si snoda in un percorso espositivo semplice, lineare, essenziale e che pone il visitatore in costante dialogo con glamour sofisticato di cui è intrisa l’espressività della Fini.

Diva dal pennello diabolico, artista sconsacrata dalla critica dell’epoca, femme fatal degli eventi mondani tanto quanto protagonista dei suoi quadri, dove è quasi sempre presente. Leonor anticipa i tempi, seduce il presente, ritrae con abilità tecnica sorprendente e fine introspezione l’immagine del proprio io impetuoso, affascinate, misterioso. E se la critica italiana non rimane stregata dal suo fascino anzi per questo la penalizza, Parigi dove vive, diviene l’ambiente ideale per il suo spirito libero, indipendente, carico di tensioni emotive e di amicizie influenti tra cui illustri italiani come Campigli, De Chirico, De Pisis, Savinio, Severini, che la introducono nell’ambiente artistico.

Venticinque anni dopo la personale dedicata alla pittrice dalla Galleria civica d’arte contemporanea di Ferrara, l’imponente esposizione del museo Revoltella si pone come la più esaustiva retrospettiva dell’artista, un’anatomia che rivela le fibre, i filamenti, i nervi scoperti e quelli ancora da scoprire di una meteora sublimata nella bellezza di vivere l’abisso della libertà più pura per rinascere nell’onda delle’evoluzione, eterno movimento di un istinto ferino elaborato dall’intuito.

Dagli anni venti agli anni ottanta passando per la metafisica, il surrealismo, le suggestioni cubiste, quelle della grande storia dell’arte un nome su tutti Piero Della Francesca, le influenze dell’amico Funi. Un vorticoso fermento che sulle tele respira di magnetismo.

Costruisce lo spazio come quinte teatrali, dallo sfondo sembrano emergere quasi sempre voci, presenze, sussurri che incendiano la mente dello spettatore. La perfetta prospettiva equilibra la luminosità, la pennellata è luce, è colore, è evaporazione, ma anche chirurgica precisione fiamminga nella “La scala della torre” 1952 o con “La porta del convento”1955. I ritratti poi, implodono di essenza sotterranea, il visibile si tocca e i chiaro scuri librano languori, struggenti note di sommesse emozioni, sguardi per dire rimanendo in silenzio come lo splendido ritratto di Anna Magnani 1951.

Leonor_Fini__Lentracte_de_lapotheose1935Il surrealismo, l’inconscio, il tempo dilatato, i grovigli di pensieri che come edere striscianti insidiano la mente, Dalì, Ernest, Bresson e Man Ray, che fra l’altro la ritraggono in splendide fotografie, scivolano sul suo corpo e lasciano il brivido caldo di una emozione che subitola Fini traduce in verità ambigua su tela come il dittico “Da un giorno all’altro” 1938, in visioni sospese tra la convivenza del contrasto, tra la realtà e la sua reale fantasia. Ecco allora che compaiono, figure oniriche, prese in prestito dall’immaginario, metà uomini, metà animali che popolano foreste rigogliose, lussureggianti ma anche tenebrose e inquietanti. Visioni sull’ordine dell’irrazionale per logiche associazioni di imprevedibili situazioni, trame messe in scena con “Sfinge regina” 1946,  “Streghe Amauri ” 1947,  “La pastorella delle sfinge” 1941. Il confine è labile, la limpidezza della visione si specchia nella nettezza della pennellata, nell’inquadratura, nel cielo scuro pulsante di rossi arcaici, siamo dentro “Al confine del mondo”1948.

La mostra ci possiede, ci scivola addosso, ne avvertiamo i fermenti come se una forza primordiale sciogliesse “La rugiada” 1963, in quelle tonalità di verde che subito evaporano da “L’acqua addormentata” 1962,  come impressioni fantastiche emerse da profondo dopo un “Colloquio minerale” 1960, che sembra emergere dalle rugosità della materia. Ma gli anni sessanta sono anche tenui, leggeri, evanescenti evaporazioni di sensualità in decorazioni di estrema eleganza, luce ancora e sempre luce tra le cromie suadenti, tra le forme modellata dai bagliori, e sulla tela rinasce lo stile di Fini in “La guardiana delle fonti”1967, in “La serratura”1965,  e in  “Vesper Express” 1966.

Delicate sospensioni, il sogno dimora nel grembo lascivo del desiderio, la pittura svela intimità nascoste, ma tutto si adagia nella placenta miotica di una musica soave, liquida e cristallina sono “Le bagnanti”1972.
Il sommerso è dentro l’invisibile, abita la nostra anima, Leonor sembra conoscerlo fin dentro la più intima sostanza e con suadenti carezze ne titilla il tessuto connettivo per elaborarne il magma esistenziale. Ricordi, elucubrazioni, il senso del fantastico, il perverso, la follia, e l’abisso della memoria, nella notte solitaria dipingono “La luna” 1982, giocano con la fanciullezza, forse dimenticata nell’oblio con “Presto, presto, presto, le mie bambole aspettano” 1975,  e nel blu profondo come il suono di un violoncello, ritrae diafane figure che danzano “La notte dei sospesi” 1987, prima del risveglio ne “Il crepuscolo del mattino” 1979, presagio, attesa, ritorno: Leonor Fini .

di Antonella Iozzo © Produzione riservata  
      (15/07/2009)

Immagini:
Leonor Fini ” Autoritratto” .
Leonor Fini ,” L’entracte de l’apotheose”,1935 .

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