La Vedova Allegra

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Sul palcoscenico si muove l’operetta a metà tra rappresentazione e azione

 

 

 

Trieste  – A Trieste è di scena l’operetta. Nel quarantennale del Festival “La Vedova Allegra “ di Franz Lehar è il titolo di punta, o meglio l’unica messa in scena di un cartellone lieve e leggero, ma così leggero da snellire le “forme” e mutarle in quelle da concerto.

Alla prima del 4 luglio scorso, al Teatro Verdi, successo di pubblico con strascico di delusione accartocciato tra recitativi poco recitati e molto sospirati. I due protagonisti Silvia dalla Benetta nel ruolo di Hanna Glawari, Gezim Myshketa nel ruolo del conte Danilo, e tutti gli altri interpeti s’impegnano, cantano, si calano nella parte, ma non coinvolgono, non trasmettono e non traducono il fascino, la vivacità, la sagacia della battuta, la magia della melodia leheriana, complice un allestimento poco adatto all’atmosfera Belle Epoque nella quale era originariamente ambientata l’operetta.

 

Il regista sembra abbia voluto dare un taglio moderno ma è rimasto sospeso nel tempo, la ricca vedova, il cui ingente patrimonio sembra dover salvare la patria, esce da un cassaforte quasi stile “una bionda tutta d’oro”, poi grafici di Borsa scendono dal cielo e lo spazio teatrale sembra essere più una sala da gioco di Las Vegas che un salotto parigino.

 

I tempi cambiano, le scenografie si rinnovano, le melodie, quelle autentiche, restano e continuano a pulsare nel cuore di un pubblico nostalgico, che dalle poltrone cerca inutilmente un significato plausibile a quella messa in scena simile ad un terreno di esperimenti poco riusciti sia sul piano emozionale, sia sul piano della costruzione propriamente scenografica quasi priva di aderenza al testo, al suo valore intrinseco.

 

Sul palcoscenico si muove l’operetta a metà tra rappresentazione e azione, ogni sentimento si mescola al denaro, ogni reale allusione vive nell’apparenza visiva di uno spettacolo che non deve e non può scendere nelle pieghe della lettura drammatica, ma che non riesce a irrompere con piglio allegro, con quella verve sensuale che intrigava le prime rappresentazioni, con quella spontaneità modulata in presenza scenica.

 

Un’astrazione in cerca di ritmo teatrale e sostanza musicale, l’orchestra, infatti, nonostante l’ottimo livello tecnico – interpretativo, appariva a volte distratta, priva di dinamiche, di coloriture, di espressività melodica.

Una vedova allegra giù di tono nel primo atto, in ripresa nel secondo e nel terzo, dove le voci, anche se non adorabili, hanno cercato di “uscire” dall’uniformità per regalarci la suggestione di un esilarante commedia nella quale valzer trascinanti equilibrano balletti spigliati a ritmo di can can, come per dire la leggerezza nella forma integrale. 

di Antonella Iozzo © Produzione riservata
09/07/2009

 

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